4a Rivoluzione Industriale: Non Dobbiamo Avere PauraL'Idea di Giacomo Bandini

Negli ultimi anni l’idea più condivisa da analisti, politici e influencer sulla Quarta Rivoluzione Industriale sostiene che porterà una delle più grandi trasformazioni nella storia dell’umanità con effetti negativi soprattutto sui livelli di occupazione. I robot, l’automazione e l’Intelligenza Artificiale potrebbero far sparire diversi posti di lavoro, lasciandone intatti alcuni e aumentando la flessibilità di altri ancora. Questo futuro 4.0 viene spesso visto come qualcosa di potenzialmente disastroso. Ma sarà davvero così disruptive la nuova rivoluzione industriale? Probabilmente non come ce l’aspettiamo.

PROGRESSIVITÀ – Innanzitutto si tratterà di un processo più modesto e progressivo di quanto si pensi, soprattutto se comparato con le passate trasformazioni. Sicuramente negli ultimi 50 anni l’innovazione e il cambiamento tecnologico hanno registrato tassi di crescita molto elevati, portando benessere, crescita e nuovi modelli organizzativi. Oggi questo percorso sta subendo un rallentamento. Non a caso il livello di produttività globale, profondamente influenzato dall’evoluzione tecnologica, è bloccato.

OCCUPAZIONE – Come in passato, vi saranno alcuni settori maggiormente influenzati ed altri che non subiranno eccessive trasformazioni. Più volte è stato sottolineato che alcuni lavori rischiano di scomparire o, in generale, di essere ridimensionati dall’automatizzazione dei processi industriali e dei servizi. Vero, ma altri invece verranno creati. In Germania, Corea del Sud, Stati Uniti, solo per citare alcuni esempi, l’Industria 4.0 è stata governata con lungimiranza dal sistema istituzionale congiuntamente con il settore privato. Da questa gestione accurata sono nate nuove opportunità sia sul lato dell’occupazione che su quello della produzione.

ASSORBIMENTO – Infine, il fattore tempo. Come dimostrato dalle precedenti rivoluzioni industriali, la capacità di assorbimento dei cambiamenti più radicali da parte dei sistemi economici e delle società è dilatata nel tempo. Le tecnologie più obsolete non sono mai scomparse immediatamente con l’avvento di quelle più moderne e avanzate, anche se potenzialmente rivali. Questo avviene per una mix di diversi fattori fra cui il rapporto costi-benefici, valore economico, la percezione da parte degli utilizzatori etc.

Ci troviamo, forse, di fronte a un ingigantimento delle prospettive offerte dalla rivoluzione 4.0. Sia chiaro, non si sta qui negando l’impatto che avrà l’introduzione nel mercato di nuovi modelli di produzione e di nuovi servizi offerti ai consumatori. Tantomeno si sta negando l’effetto che probabilmente avrà su alcune dinamiche occupazionali. Tuttavia si cerca di proporre una visione costruttiva. Dove uomo e macchina possono essere entrambi parti essenziali della società, come peraltro sta già avvenendo da parecchi anni.

L’innovazione non si può fermare ed è sbagliato vederla come una minaccia. Le opportunità infatti potrebbero essere superiori alle perdite, ma serve accettare l’idea che i cambiamenti di maggior portata avverranno in modo progressivo e non si verificheranno integralmente prima di una decade. La politica deve essere lungimirante e attivarsi in anticipo al fine di armonizzare la propria attività con i mutamenti in atto, magari sfruttando il tempo che le rivoluzioni mettono a disposizione per essere assorbite. Non è vero che il lavoro scomparirà del tutto. Si evolverà in nuove forme e strutture, come è sempre successo. E bisogna essere pronti a questa evenienza. Siamo sicuri che i leader di oggi lo siano?

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Pietro Paganini
Presidente, Competere
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