Finanziamento dei Partiti: tra Fundraising e Zone d’OmbraRaffaele Picilli

Come ho già più volte sostenuto, l’abolizione del finanziamento pubblico dei partiti sta portando ad una situazione paradossale e pericolosa: il ritorno del finanziamento illegale, ancora più spinto di prima. A mio avviso, questo fenomeno si è acuito specialmente nel corso dell’ultima campagna elettorale. Infatti, è accaduto che molte volte è stata messa in dubbio la provenienza di donazioni a sostegno di costose campagne.

Si può affermare che, il finanziamento illecito, anche se in forme diverse, è sempre esistito nel nostro Paese. È purtroppo un fenomeno che ha origini antichissime. Basti pensare che già duemila anni fa, Catilina e Catone, utilizzavano vino e zuppa come merce di scambio per ingraziarsi i propri elettori e, all’elargizione del vitto, aggiungevano ingressi gratuiti alle meravigliose Terme di Diocleziano a Roma. “Ricordati di votare Catilina alle prossime elezioni. È lui che ti ha offerto questo vino” è l’iscrizione che si può leggere all’interno di una coppa, reperto archeologico del 63 a.C. Finanche l’Imperatore Nerone, tristemente famoso per le sue intemperanze, cercò di porre fine al fenomeno delle tangenti e a molti fenomeni di malcostume legati alla compravendita di voti, ma senza successo.

Nelle settimane precedenti le votazioni del 4 marzo 2018, le tangenti a scopo elettorale sono state, più volte,  agli onori delle cronache. “Servono fondi per la campagna elettorale. Dobbiamo comprare voti…servono 50.000 euro”. Sono solo alcune frasi prese dalla recente inchiesta della testa online FanPage sullo smaltimento dei rifiuti in Campania. Quando lo Stato finanziava i partiti, i fondi non servivano solo al finanziamento delle strutture amministrative ma anche a sostenere le campagne elettorali di molti candidati, specialmente di quelli impegnati in Collegi particolarmente difficili. Certo, anche in presenza del finanziamento pubblico, le tangenti “elettorali” non mancavano ma se nel passato erano limitate, oggi sono molto più sfacciate e “rifioriscono” in un clima economico dove per dieci euro si vende il proprio voto senza troppe remore.

Va ricordato che il Parlamento, nel 2014, decise di tagliare il finanziamento pubblico perché, in tre anni, i partiti si organizzassero per raccogliere donazioni private attraverso il fundraising. Risultato? I partiti oggi utilizzano pochissimo (e spesso, male) il fundraising. Basta leggere i dati del 2 per 1000 a dimostrazione che pochissimi cittadini hanno optato per questa forma di donazione. La maggioranza dei partiti ha affrontato il problema della carenza di fondi con il sistema peggiore: drastici tagli del personale, chiusura sedi regionali e locali, aumento dei debiti, taglio dei finanziamenti delle campagne elettorali. Zero fundraising.

Durante una recente intervista, un giornalista ha domandato ad un candidato “dove ha preso 250.000 euro per pagare le spese della sua campagna elettorale?” La risposta non c’è stata. Il problema è incentrato proprio su questo silenzo. Quando si parla di donazioni e politica, la risposta deve esserci sempre e deve essere chiara, dettagliata, precisa fino al rendiconto del centesimo. Forse in Italia quella risposta va resa obbligatoria. Abbiamo bisogno di maggiori controlli, di assoluta trasparenza nella gestione delle donazioni. Chi prende i soldi per la propria campagna elettorale non può accettarli da chiunque. Se ti candidi a sindaco del comune x, non puoi farti finanziare dalle aziende che hanno appalti con il comune. In tanti Paesi questo è vietato.

Servono codici di comportamento etico. Serve una regolamentazione chiara delle lobbies. In Italia ci meravigliamo che il presidente Trump non faccia molto per la limitazione della vendita o dell’uso delle armi da parte dei cittadini americani, anche a seguito di stragi odiose, ma uno dei maggiori finanziatori di Trump è proprio l’associazione americana dei costruttori di armi. Trump sta solo rispettando gli impegni elettorali!

Finanziare la politica con fondi pubblici non è immorale ma anzi è una garanzia per il cittadino. Nell’abolire il finanziamento pubblico nessuno si è chiesto perché il 95% dei Paesi del mondo non lo fa.

Perché i cittadini non donano fondi alla politica? Non credo ci voglia la sfera di cristallo. La ragione è che c’è disinformazione. Bisognerebbe semplicemente spiegare ai cittadini perché e come farlo e quali garanzie chiedere sui fondi. Servono campagne pubbliche di sensibilizzazione al dono non solo da parte dello Stato ma anche da parte dei partiti e dei movimenti politici. Serve anche investire in formazione. Segretari, dirigenti, funzionari, tesorieri, devo capire come funziona il fundraising e perché è un parente molto lontano della raccolta fondi.  Purtroppo, in Italia, il concetto che il fundraising non sia raccolta fondi ma molto di più, non riesce a passare. Per fortuna, è un concetto poco chiaro solo alla politica perché il mondo del Terzo Settore ne ha invece una visione chiara e al passo con i tempi.

Riuscire a finanziare un partito o un movimento con donazioni minime ma provenienti da un significativo numero di donatori è espressione di democrazia sana e partecipativa.  Donazioni importanti provenienti da pochi ricchi donatori possono voler dire il contrario. Il “grande donatore” ha un peso impossibile da non sentire. Se questo “peso” vuol dire sostegno trasparente per richieste legittime e lecite, nessun problema. Se questo “peso” vuol dire condizionamenti e cura di interessi non legittimi, allora è un problema per l’intero Paese. Negli Stati Uniti d’America, in materia di donazioni di fondi, per regolare i rapporti tra aziende e politica, sono stati creati i PAC (Political Action Commitee), una sorta di mediatori autonomi e indipendenti che raccolgono fondi e li versano ai candidati in base ad alcuni parametri. Nessun candidato riceve il totale di una donazione ma una frazione e non ne conosce l’esatta provenienza. Non è una ricetta perfetta ma un sistema per evitare che ci siano troppi collegamenti diretti tra donatori e beneficiari. Si vuole evitare il do ut des.

A mio avviso, o si rivaluta la possibilità di introdurre in Italia una sorta di finanziamento pubblico dei partiti (sono favorevole al sistema tedesco dove lo Stato assicura un fondo minimo ai partiti e il resto i partiti devono trovarselo con il fundraising) oppure si investe davvero nel fundraising. Il fundraising non si dovrebbe assolutamente usare una tantum e solo in campagna elettorale. Dovrebbe essere mantenuto sempre attivo, 365 giorni l’anno, proprio come fanno tantissime organizzazioni nonprofit che ne ricevono enormi benefici.

I cittadini, grazie al fundraising, potranno finalmente tornare ad essere davvero parte della vita politica del nostro Paese.

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Pietro Paganini
Presidente, Competere
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