Giovane e Laureato? Non ti VogliamoL'articolo di Benedetta Fiani per Affaritaliani.it

La recente pubblicazione delle statistiche Eurostat sulle percentuali di laureati nei Paesi europei si incrocia con le ultime rilevazioni Istat sul mercato del lavoro, restituendo un quadro impietoso. Nonostante il bassissimo numero di giovani che portano a termine il ciclo universitario (siamo penultimi in Europa, peggio di noi solo la Romania), per queste rare eccellenze non c’è posto in azienda. E non è una questione di dimensioni aziendali. Se nelle imprese che hanno dai 10 ai 49 dipendenti, il posto riservato ai laureati è il 14,3%, in realtà più ampie (50 dipendenti ed oltre) la percentuale è del 21,5. In poche parole, le aziende non li vogliono.

La ripresa occupazionale tra il 2013 e il 2015, sempre stando ai dati Istat, si è mossa lungo due direttrici. Da una parte la ripresa di servizi con poco valore aggiunto, come la ristorazione, e dall’altra in alcuni settori ad alto contenuto tecnologico, che però in termini assoluti non occupano moltissimi lavoratori.

Questo può in parte rispondere alle polemiche attorno alla disoccupazione giovanile, per cui troppi giovani risultano poco o per nulla qualificati. Un’affermazione vera a metà. L’indicatore di assorbimento a breve termine dei giovani tra i 20 e i 34 anni indica che il 52,9% di questi risulta occupato. In Europa fanno meglio di noi tutti, tranne la Grecia. Quindi facciamo attenzione a non confondere la causa con l’effetto di un problema. Se in Italia molti laureati non trovano un’occupazione, non è perché ce ne siano troppi: è che nessuno li vuole. L’Italia non è in grado di valorizzare lavorativamente il proprio capitale umano, per cui se è vero che si studia meno che negli altri Paesi europei, è altrettanto palese l’incapacità di integrare le forze più fresche e qualificate.

I pochi interventi di politiche pubbliche a cui abbiamo assistito negli ultimi anni non hanno risolto il problema: l’occupazione tra i giovani aumenta troppo lentamente per rimontare i tassi di disoccupazione accumulati. E il Jobs Act, in questo quadro ha diverse cosa da rimproverarsi, dal momento che non è riuscito ad incidere sui livelli e sulla qualità dell’occupazione giovanile, ma si è limitato a drogare la decontribuzione.

Non abbiamo bisogno di meno laureati, ma di più posti di lavoro per loro, soprattutto nelle grandi aziende che tendono ad assumere più volentieri chi ha completato l’università. Forse è giunto il momento di aggredire il problema dalla parte dell’offerta del lavoro, cercando di capire come sia possibile snobbare un buon capitale umano di venti-trentenni. Il costo del lavoro, i pochi laureati e il numero di inattivi non possono essere un alibi per chi non assume.

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Pietro Paganini
Presidente, Competere
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