Perché il Complottismo è Figlio del Pensiero UnicoL'articolo di Stefano Cianciotta per Il Foglio

Come ha osservato sul Foglio Vanni Santoni, il complottismo è diventato il modo più logico per spiegare come va il mondo, il cui pensiero omologante è sempre più dominato dalle informazioni false. Come è possibile che siamo arrivati ad elevare il complotto a ragione di vita? Siamo sicuri che la colpa vada attribuita unicamente ai social network e alla rete quali strumenti di omologazione di massa, o piuttosto dovremo analizzare anche in che modo i media tradizionali avrebbero dovuto costituire un’argine alla deflagrazione del pensiero unico?

Agli inizi del 2017 Beppe Grillo propose di sottoporre al vaglio di una giuria popolare l’operato dei media. Subito dopo fu la volta del presidente antitrust Pitruzzella, la cui proposta di istituire una rete di agenzie europee indipendenti per intervenire non appena sarebbero state create notizie false, si inseriva in un contesto in evoluzione, nel quale la Ue aveva appena istituito una Task Force contro le fake news, e la Germania si apprestava a varare una norma che sanzionava con una multa fino a 500.000 euro chi diffondeva in rete notizie false.

Nel frattempo Zuckerberg lanciava contro le fake news il suo “Journalism Project”, una struttura il cui compito è quello di scandagliare le notizie su Facebook, per isolare quelle false. Il nome del team è indicativo su cosa significhi per Mr Facebook fare giornalismo nell’epoca della globalizzazione, e in qualche modo la sua idea di organizzazione delle informazioni è la evoluzione attraverso gli algoritmi di quello che una volta si diceva essere il compito tradizionale dei media: individuare chi è il regolatore che stabilisce quali sono il valore e la gerarchia delle informazioni.

I media tradizionali pian piano hanno abdicato a questo ruolo e vengono sostituiti dagli algoritmi o addirittura dai robot, che già adesso sono in grado di scrivere per le agenzie di stampa un miliardo di informazioni ogni anno, e che inevitabilmente alimentano un mainstream troppo facile da costruire quanto difficile da criticare.

Il pensiero unico, alimentato anche dalla sterilità dei dibattiti nei luoghi simbolo del contradditorio quali una volta erano le Università americane ed europee (Francia soprattutto), si inserisce in un contesto completamente nuovo e molto pericoloso, nel quale il rapporto tra opinione pubblica, informazione e politica è stato trasformato radicalmente dalla disintermediazione degli algoritmi, che rischia di alterare gli equilibri della autorevolezza e della riconoscibilità delle fonti, sui quali si fondava il primato dei media tradizionali.

Ignorare le affermazioni dei soggetti che non hanno alcuna autorevolezza su determinate tematiche (se non quella che gli deriva dalla rete e quindi anche da un algoritmo) e che sostengono deliberatamente informazioni non costruite su basi scientifiche e razionali, significa venire meno alle regole della democrazia?

Chi giudica cosa può essere pubblicato o cosa non lo è. Chi ristabilisce il principio regolatore delle fonti? Se fossimo in Inghilterra non ci sarebbero dubbi, perché la BBC per contrastare il fenomeno delle bufale, si è data un codice di condotta, con il quale ha deciso che quando la comunità scientifica all’unanimità ha stabilito cosa è bene e cosa è male (cioè ha ristabilito il principio della autorevolezza del soggetto emittente), le fonti non autorevoli non hanno alcuna menzione.

Essere rigorosi sulla divulgazione dei temi per i media tradizionali significa soprattutto darsi dei codici di autoregolamentazione, che non restringono gli spazi di democrazia. Al contrario evitano che quegli spazi diventino fuori controllo e impongono una lettura acritica e omogenea dei fatti, come aveva già intuito Tocqueville, nella Democrazia in America, a proposito dell’uguaglianza delle condizioni che avrebbe determinato la tirannide della maggioranza, perché “l’opinione pubblica preme con una forza [talmente] enorme sulla mente degli individui che la maggioranza non ha bisogno di costringerli, si limita a convincerli”.

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Pietro Paganini
Presidente, Competere
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