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UNA SPECULAZIONE CON STRASCICHI LUNGHI

L’aumento dei costi delle materie prime che si sta registrando dall’inizio dell’anno ha delle ripercussioni sull’immediato-breve periodo, ma può incidere ancora più significativamente sulle politiche climatico-ambientali che si è prefissata l’Europa.

Il primo punto è ormai un tema di dibattito quotidiano. Dopo la crisi del Covid, acciaio, alluminio e rame sempre più cari si sono posti di traverso al percorso di ripresa. Lo stesso sta succedendo per le materie prime di origine agricola, anch’esse soggette all’incremento dei prezzi, nonostante la notizia sia passata in sordina. Si è trattato e si sta trattando di un problema di carattere industriale, relativo alla sempre più complessa disponibilità di approvvigionamenti, e di carattere finanziario. Il combinato disposto tra i costi crescenti, l’inflazione e il dilazionarsi dei tempi di pagamento da parte dei clienti rischia di rendere mettere in discussione, per le imprese, molte delle misure finora adottate per la ripresa.

La scarsità di approvvigionamenti – e qui si arriva al problema di lungo periodo – porta a una domanda: è possibile la realizzazione di un piano tanto ambizioso com’è “Fit for 55” quando un’industria (quasi) unicamente di trasformazione come quella europea si ritrova senza materie prime? Le stesse materie prime, peraltro, che sarebbero soggette a una stretta fiscale nell’ottica di contenere le importazioni non sostenibili. O comunque non certificate.

LE COMMODITY NELLA STORIA. BREVEMENTE

La sostenibilità costa. Questo è noto. Richiede investimenti in progetti innovativi, sforzi collaterali in percorsi di trasformazione – culturale, normativa, di processo e di prodotto. Ma se poi tutto questo si blocca con la “mancanza di farina”, A) il pane non si fa; B) c’è pure il rischio di recrudescenze politiche. Restando nella retorica manzoniana: l’assalto al Forno delle Grucce – allegoria del populismo forcaiolo ante litteram – nasce proprio dal rincaro della farina (materia prima) e dalla mancanza di pane (bene di sussistenza).

Storicamente è sulle commodity che l’Europa ha costruito la sua grandezza commerciale e industriale. Le spezie hanno reso ricche le Repubbliche marinare. Spagna e Portogallo si sono dotate di un impero coloniale grazie all’argento. Poi è stato il turno di caffè, cacao – i cui chicchi valevano come moneta di scambio per Aztechi e Maya – tabacco e altri generi alimentari e non – risorse naturali assenti in parte o del tutto su suolo europeo – che hanno reso ricche e potenti Olanda, Francia e Inghilterra. Fino ad arrivare all’oppio e al petrolio, assi portanti del colonialismo rispettivamente nell’Otto e Novecento. Fanno eccezione grano e carbone, materie prime anch’esse, che però non è stato necessario importare.

Sarebbero state possibili la prima e la seconda rivoluzione industriale senza tutto questo “ben di Dio”?

In un’economia sempre più fluida e immateriale, le commodity hanno subito un deprezzamento. Ma più in termini morali, che economici. Oggi infatti, l’industria che tratta materie prime è vista con sospetto, bollata alle volte di responsabilità storiche da cui fatica a svincolarsi. È il caso dei beni agricoli, primari e semilavorati. Olio di palma, cacao, soia, gomma, carta. Sono tutti prodotti cui si riversa l’accusa di essere alla base del processo di deforestazione, di distruzione delle biodiversità e di sfruttamento delle società locali. Per non dire dei minerali. Del petrolio sappiamo il peccato originale. I prodotti estrattivi, a loro volta, vengono trattati alla stregua di criminali di guerra. Unica materia prima ancora vergine sono i dati digitali. Ma forse nemmeno loro. Le informazioni registrate nel mio Pc non impattano quanto il Suv del mio vicino. Ma il server che li contiene è altrettanto scarsamente sostenibile quanto uno stabilimento industriale classico.

L’EUROPA È PRONTA?

Non esiste economia senza materie prime. Ed è altrettanto impossibile farne a meno quando si cerca di rivoluzionare un ecosistema della portata di quello europeo, cercando di varare un piano di sostenibilità che ipoteca l’industria presente per il bene delle generazioni future.

L’Europa è pronta? Modestia a parte, la domanda è epocale. La battaglia contro la plastica – vinta in parte da quest’ultima, a causa della pandemia – ci ha insegnato che spesso le istituzioni pretendono di schiacciare sull’acceleratore, quando poi la realtà fa da freno. Oggi sotto l’occhio dei riflettori sono le emissioni, conseguenza di utilizzo di materie prime essenziali per l’industria manifatturiera. E i rappresentanti di quest’ultima hanno già detto che i piani della Commissione Ue sono da rivedere. Nel frattempo, a “fiamma bassa”, si sta consumando il boicottaggio per materie prime determinanti per tutto l’agrifood europeo. Il problema è che stiamo rinunciando a una serie di commodity che ci hanno portano fin qui dai tempi di Marco Polo. Abbiamo un Piano B? E se sì, questo prevede il ricorso ad altre materie prime, oppure l’utilizzo di quelle tradizionali a patto però che siano certificate come sostenibili? Perché queste in realtà ci sono. Ma sono molto più care. Soprattutto ora che i fornitori, dopo aver speculato sulla ripresa post Covid, fiuteranno l’affare di “Fit for 55”.

Sono poi care perché l’adozione delle certificazioni non è così diffusa. Né tra filiere, né all’interno di ciascuna di esse. E, come per tutte le economie di scala, se le buone pratiche fossero adottate da più unità produttive, sarebbero più accessibili (e più efficaci) sul mercano. Si diceva della sostenibilità che costa, appunto.

CAMPANELLINI IN CAMBIO DI ORO

È un ricorso della storia, ma in senso contrario. Quando Colombo arrivò a San Salvador distribuì alla popolazione locale campanellini e specchietti in cambio del loro oro. Confermando che con le commodity si fa geopolitica, oggi si rischia il contrario. Poveri come siamo di materie prime, c’è chi potrebbe vedercele a prezzi altissimi e magari non come le vorremmo noi. Ovvero sostenibili. Le certificazioni, a riguardo, sono una valida contromisura. Ma, oltre a non aumentare la quantità disponibile sul mercato, si tratta di un percorso cominciato in parte e solo da alcune filiere. Olio di palma, cacao, gomma, carta e alluminio fanno da best practice. Altri settori sono ancora molto indietro. Con “Fit for 55”, l’Europa si è data come deadline il 2030 per raggiungere gli obbiettivi del Green Deal. La carbon neutrality, a sua volta, ovvero la riduzione delle emissioni di gas a effetto serra del 55% rispetto ai livelli del 1990, è fissata per il 2050. Ce la faremo?

La credibilità è la nostra forza. La nostra visione al vostro servizio.

Pietro Paganini
Presidente, Competere
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