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ZERO EMISSIONI NEL 2070: PER L’INDIA È PURE PRESTO

Il summit dei leader alla Cop 26 di Glasgow potrebbe passare per l’ennesimo evento “bla, bla, bla”, se non fosse per il realismo sfoggiato dal premier indiano, Narendra Modi, nel dire, che l’India arriverà a emissioni zero solo nel 2070. Vent’anni dopo la deadline che si son dati Usa e Ue. Dieci in più rispetto a Cina e Russia.

Solo chi non ha contezza della vita quotidiana nei Paesi in via di sviluppo – tra cui l’India è classificata comunque tra i più avanzati – può illudersi che bastino meno di trent’anni per arrivare a una trasformazione in primis culturale, poi produttiva, senza precedenti nella storia economica. Solo chi non si rende conto dei tempi e degli sforzi necessari per introdurre benessere e sviluppo in una società il cui reddito pro capite resta di poco inferiore ai 2mila dollari l’anno può pensare che le parole di Modi siano dettate da intransigenza o populismo. Trasformare un sistema economico in chiave sostenibile richiede una visione di insieme che, con palese disonestà intellettuale, sia i leader del mondo sia i loro avversari nelle strade non vogliono adottare. Per una popolazione di 1,4 miliardi di persone, di cui circa la metà non ha regolare accesso all’acqua potabile, concetti quali Industria 4.0, internet of things, fino alla domotica o all’auto ibrida possono apparire più o meno come la locomotiva spiegata a Leonardo da Benigni e Troisi in “Non ci resta che piangere”. Solo che in questo caso il genio vinciano al treno ci arriva. Ed è un film. Per l’India, come per il resto del mondo non occidentale, la realtà è più complessa.

IL BAGNO DI REALTÀ DEL PREMIER MODI AL COP 26

E non basta dire, con superficialità, che i Paesi poveri vogliono prima diventare ricchi e poi verdi. Se si insiste a pensare alla transizione energetica come a un processo meccanico, tale per cui spengo la macchina, tolgo il serbatoio di benzina, lo sostituisco con una batteria elettrica e quindi torno a viaggiare come prima, ci si dimentica di un articolato corollario di elementi, che non si limitano all’auto, al carburante o all’elettricità in questione. È una questione di sviluppo culturale, sociale e politico. Permettere che anche la più anziana donna di casa del più irraggiungibile villaggio del Kerala possa abbandonare la sua fumosa stufa con cui riempie di fumo la casa e dotarsi di una cucina a induzione, collegata a pannelli fotovoltaici installati sul tetto dell’abitazione è un sogno meraviglioso che richiede progettisti, operai specializzati, materiali di difficile reperibilità, infrastrutture, normative favorevoli, fino ad arrivare a consumatori consapevoli della tecnologia a loro disposizione. In breve, quello che serve è il tempo.

Messa così, ecco che Modi è stato perfino ottimista. Ha dimostrato di essere ben più consapevole. Sia di chi protesta nelle piazze, sia di chi, nei palazzi, cerca di far loro eco, dispensando promesse palesemente difficili da mantenere.

È il caso del Segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, che ha proposto di “tassare chi inquina, non le persone”. Boutade questa sì populista, che dimostra come una certa diplomazia di alto rango non sappia che inquina di più un villaggio del cuore dell’India, privo di un sistema fognario, una raccolta differenziata, un controllo dei gas di scarico delle auto, si cucina e ci si scalda a carbone o gasolio, piuttosto che una fonderia di ghisa, che lavora a energia elettrica, nella bergamasca.

CATTURARE LA CO2 PER SALVARE CLIMA E INDUSTRIE

Messe però da parte le polemiche, ecco l’idea. Quasi banale, va ammesso. Invece di tassare chi inquina, perché non incentivare chi già non inquina e chi potrebbe smettere di farlo? Francia e Italia sono già su questa strada. Il taglio alla Carbon tax e il lancio di un maxi fondo a sostegno delle aziende virtuose nei progetti di transizione ecologica sono azioni positive, da estendersi però oltre i confini nazionali.

Le filiere produttive più all’avanguardia sono alla ricerca di sistemi innovativi per il riutilizzo delle risorse energetiche. Tuttavia, le tecnologie per il recupero energetico all’interno dei singoli siti industriali e per l’abbattimento della CO2 – per esempio la Carbon capture utilization and storage, Ccus – sono ancora proibitive, non del tutto certificate in termini di sicurezza e richiedono sforzi nell’ambito della ricerca. Tuttavia, vincoli internazionali, prevalentemente geopolitici, come all’interno dei singoli Stati, specie di carattere fiscale, soffocano il naturale processo di diffusione globale dell’innovazione tecnologica. Parlare di prelievo fiscale, anziché di incentivi agli investimenti, significa mantenere un atteggiamento punitivo nei confronti di chi è arrivato – nel bene e nel male – a un processo di industrializzazione davvero 4.0. E quindi non metterlo nelle condizioni di fare un ulteriore salto di qualità di cui beneficerebbero tutti. Visto che chi investe in nuovi progetti poi ha interesse a venderli.

La credibilità è la nostra forza. La nostra visione al vostro servizio.

Pietro Paganini
Presidente, Competere
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