Dalla disponibilità alla resilienza: ripensare la sicurezza alimentare in UEL'IDEA DI PIETRO PAGANINI

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Investiamo ingenti risorse nella sicurezza energetica. Eppure, come sostengo da anni, continuiamo a dare per scontato qualcosa di ancora più essenziale: la disponibilità di cibo. In un contesto segnato da catene di approvvigionamento fragili e crescenti tensioni geopolitiche, non possiamo più considerarla garantita. È il momento di riconoscere la sicurezza alimentare per ciò che è: una componente centrale della sicurezza nazionale.

Cosa sta succedendo

Ci preoccupiamo molto dell’energia, e a ragione. Senza petrolio e gas, le fabbriche si fermano, i trasporti rallentano e le economie si bloccano. Il dibattito europeo lo riflette chiaramente: sicurezza energetica, autonomia strategica, diversificazione delle forniture.

Ma esiste una dimensione ancora più fondamentale che resta ai margini: la disponibilità di cibo, intesa come accesso fisico, non come scelta alimentare. L’equazione è semplice: senza energia rallentiamo, senza cibo non possiamo sostenere la vita. Eppure, mentre la questione energetica è al centro delle politiche pubbliche, questo tema resta in gran parte assente dal dibattito.

I segnali che ignoriamo

Se si chiedesse alla Commissione europea o a molti governi nazionali, sarebbe difficile ottenere una stima chiara delle risorse disponibili per garantire una dieta equilibrata in caso di crisi.

Alcuni Paesi stanno però cambiando approccio: Finlandia e Svezia rafforzano le capacità di risposta alle crisi includendo esplicitamente la sicurezza alimentare. Anche altri, come l’Indonesia, si muovono nella stessa direzione. La Cina, intanto, continua a costruire riserve strategiche: secondo l’USDA detiene oltre la metà delle scorte globali di granoe quote ancora maggiori di mais e riso.

Il contesto è cambiato – pandemia, guerra, tensioni sulle rotte commerciali – e le recenti interruzioni, come evidenziano Banca Mondiale e OCSE, hanno inciso rapidamente su prezzi e disponibilità. Le catene di approvvigionamento globali funzionano, ma non sono progettate per resistere a shock prolungati.

Un sistema che non ammette errori

Negli ultimi decenni abbiamo costruito un sistema alimentare globale altamente efficiente: produzione specializzata, scambi fluidi, logistica ottimizzata. Questa efficienza, però, non lascia margini di errore. Il sistema è interconnesso e dipende dalla tenuta di ogni anello: quando uno si interrompe, gli effetti si propagano rapidamente. Inoltre, è concentrato: una quota rilevante delle esportazioni di cereali è nelle mani di pochi Paesi. Quando uno si ferma, l’impatto è immediato.

Abbiamo ottimizzato costi e velocità, molto meno la resilienza. La domanda è quindi inevitabile: cosa accade se il flusso si interrompe?

Meno sicuri di quanto sembri

L’Europa è una potenza agroalimentare globale, ma non è autosufficiente. Secondo Commissione europea ed Eurostat, dipende in misura significativa da input esterni: proteine vegetali come la soia (in gran parte importata), grassi chiave come l’olio di palma, fertilizzanti ed energia. La sicurezza alimentare dell’UE dipende quindi non solo dalla produzione interna, ma anche dalla capacità di importare, trasformare e distribuire. Ed è qui che emergono vulnerabilità.

Fare scorte o fidarsi?

Di fronte a questa fragilità torna attuale un tema che sembrava superato: le scorte strategiche. Ma a quale livello?

Le scorte nazionali garantiscono controllo e rapidità. Un coordinamento europeo può offrire maggiore efficienza e diversificazione. Il commercio globale resta l’opzione più efficiente, ma anche la più esposta ai rischi geopolitici e logistici.

Ogni scelta ha un costo: scorte più onerose, governance complessa a livello europeo, maggiore esposizione nel caso del commercio globale. Non esiste una soluzione perfetta. Ma una domanda resta aperta: quanta sicurezza siamo disposti a pagare e a quale prezzo?

Le domande che evitiamo

Quali alimenti devono essere garantiti in caso di crisi: solo quantità o anche qualità nutrizionale? Chi definisce cosa è essenziale? Quanta fiducia possiamo riporre in rotte commerciali e partner in un contesto geopolitico instabile? Questi temi restano ai margini del dibattito.

Come evidenzia il World Economic Forum, la sicurezza alimentare è sempre più considerata una componente della sicurezza nazionale, ma continua a essere trattata come una questione secondaria.

Dal piatto alla disponibilità

Il dibattito pubblico si concentra soprattutto su cosa mangiamo: etichette, tasse, classificazioni, ingredienti. Le politiche intervengono sul piatto, ma trascurano la disponibilità. È un errore strutturale: senza disponibilità, non esiste scelta. Senza accesso, anche le politiche nutrizionali più avanzate perdono efficacia. Prima di discutere cosa mangiare, occorre garantire che il cibo sia disponibile.

Verso un approccio più realistico

La risposta non è né autarchia né fiducia cieca nei mercati globali. Serve una combinazione: riserve strategiche mirate, commercio aperto ma diversificato, maggiore resilienza logistica e il riconoscimento della sicurezza alimentare come priorità economica e geopolitica per l’Europa.
Non si tratta di cambiare il modello, ma di rafforzarlo.

La sicurezza invisibile

L’energia è visibile: le sue crisi sono immediate e rumorose. Il cibo lo è molto meno, finché non viene a mancare.
Ed è proprio questo il rischio: accorgersene troppo tardi.

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