Dalla libertà al divieto: Amsterdam segue il modello britannicoDI PIETRO PAGANINI

EFA News ha pubblicato un commento di Pietro Paganini in cui analizza il divieto introdotto dalla città di Amsterdam sulla pubblicità della carne e dei suoi derivati negli spazi pubblici, inserendolo nel più ampio dibattito europeo su salute, sostenibilità e libertà di scelta. 

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Dopo il Regno Unito, anche l’Europa continentale accelera sulle restrizioni legate alla comunicazione alimentare. La decisione della città di Amsterdam di vietare la pubblicità della carne negli spazi pubblici segna un nuovo passaggio nel dibattito europeo su salute pubblica, sostenibilità ambientale e libertà di scelta.

Da tempo segnaliamo il rischio che il cibo sia considerato il nuovo tabacco. Non per analogia sanitaria, ma per il metodo politico adottato: prima la delegittimazione culturale, poi la limitazione della pubblicità, infine l’indirizzamento delle scelte di mercato. Quanto avviene ad Amsterdam rappresenta l’evoluzione naturale di quanto già sperimentato nel Regno Unito e promosso anche dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, in particolare in Centro e Sud America.

Il caso olandese ricalca fedelmente il modello britannico. Nel Regno Unito si è partiti con il bando della pubblicità HFSS (cibi ricchi di grassi, sale e zucchero) in alcune fasce orarie e online, mentre si studia l’introduzione degli healthy targets per i retailer. Formalmente nessun alimento viene vietato, ma di fatto il mercato viene normalizzato. Uno schema che era stato previsto e che oggi trova conferma nella scelta di Amsterdam.

Il divieto adottato dal Comune di Amsterdam è motivato ufficialmente da ragioni ambientali, in particolare dall’idea che la produzione di carne sia incompatibile con la sostenibilità ambientale. Una semplificazione che non regge a un’analisi approfondita. Il dibattito sul metano è emblematico: quello prodotto dagli allevamenti rientra in un ciclo biologico relativamente breve, parte di un carbon cycle naturale, molto diverso dalle emissioni di CO₂ di origine fossile. Trattare questi fenomeni come equivalenti porta a politiche simboliche, non a soluzioni efficaci. Al contrario, rischia di spostare l’attenzione dalle vere leve della sostenibilità: innovazione tecnologica, miglioramento delle pratiche agricole, efficienza delle filiere e riduzione degli sprechi.

Sul fronte della salute pubblica, la critica è analoga. Il ruolo delle istituzioni dovrebbe essere quello di promuovere diete equilibrate e stili di vita consapevoli, non scoraggiare o demonizzare singoli alimenti. La salute pubblica non si costruisce attraverso divieti simbolici, ma aiutando i cittadini a comprendere il contesto, le quantità, le abitudini e il ruolo complessivo degli alimenti all’interno di uno stile di vita equilibrato. Confondere il problema dell’eccesso con quello del consumo in sé significa rinunciare all’educazione per adottare un approccio prescrittivo, che riduce la complessità del cibo a categorie morali rigide: buono o cattivo, consentito o scoraggiato.

La scelta di Amsterdam presenta anche un evidente paradosso politico. Si tratta di una città che si propone come simbolo di liberalismo, nota per la liberalizzazione delle droghe leggere e della prostituzione, ma che sul cibo adotta un’impostazione fortemente normativa e ideologica. È lo stesso schema già osservato nel Regno Unito: politiche nate con finalità dichiarate positive che finiscono per imporre uno stile di vita anziché rafforzare il senso critico dei cittadini.

Il rischio più concreto è che questa tendenza si estenda ulteriormente a livello europeo. Il dibattito in corso sul piano cardiovascolare, il cosiddetto Safe Hearts Plan promosso dalla Commissione europea, potrebbe diventare il prossimo veicolo di politiche basate su restrizioni, target e scorciatoie regolatorie. Serve maggiore cautela e rigore scientifico.

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