La nuova IGP non agroalimentare e le grandi opportunità per l’Italia produttivaL'IDEA DI LUCA BELLARDINI

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Il riconoscimento della cucina italiana da parte dell’UNESCO e l’avvio della nuova IGP non agroalimentare segnano un passaggio rilevante per il sistema produttivo nazionale. In un contesto di trasformazioni globali e ridefinizione delle catene del valore, l’Europa apre alla tutela di eccellenze manifatturiere e artigianali profondamente legate ai territori. Un’opportunità concreta per rafforzare il Made in Italy, valorizzare il know-how e sostenere la competitività delle PMI.

Dalla consacrazione UNESCO alla nuova IGP non agroalimentare

L’avvio della nuova indicazione geografica protetta (IGP) per prodotti non agroalimentari giunge con una tempistica interessante, quando è proprio l’agri-food nazionale ad aver ottenuto uno straordinario riconoscimento internazionale: è il caso del titolo di «patrimonio culturale immateriale dell’umanità» che l’UNESCO ha attribuito alla cucina italiana. Parliamo di un comparto che varrebbe fra i 200-250 miliardi, per la «cucina» in senso stretto, e i 600-700, per la filiera nel senso più ampio del termine, con centinaia di migliaia di occupati (circa 4 milioni complessivi, secondo Coldiretti).

Aiuta certamente l’Italia, dunque, l’apertura dell’Unione europea verso altri tipi di eccellenze in cui almeno una fase del processo si svolge in un territorio ben individuato: dal 1° dicembre, infatti, è possibile fare domanda di riconoscimento presso l’EUIPO, competente per i “marchi” in generale. E questo dovrebbe suscitare interesse e fiducia, a fortiori in una fase nella quale il Made in Italy è passato da mera strategia di marketing a elemento concreto di vantaggio competitivo, con importanti riflessi di politica industriale.

Know-how artigianale, etichettatura e sfide della globalizzazione

Si tratta, infatti, di una certificazione destinata a premiare il know-how artigianale nelle sue componenti materiali (la qualità intrinseca del marmo, del vetro, dei metalli, dei tessuti impiegati nella produzione) ma anche immateriali, quelle in cui l’Italia eccelle (una su tutte: il design), come pure “ibride” (il processo di lavorazione, che le unisce). Certo, si tratta pure sempre di un’etichettatura: come tale dovrà dimostrare di essere assegnata su basi concrete, non aleatorie; e dovrà essere difesa dai tentativi di imitazione per finalità di dumping.

In ogni caso, è certamente un’evoluzione favorevole al sistema-Italia e al fervore produttivo che non ha mai abbandonato le sue PMI, tenendo peraltro vivo l’interesse degli investitori, soprattutto in un’epoca nella quale sentiamo parlare sempre meno di distretti industriali e sempre più di «deglobalizzazione». Il che, a ben guardare, è un apparente paradosso: le catene del valore estese in tutto il mondo tendono a interrompersi, anche tra le nazioni libere (che invece dovrebbero intensificare gli scambi, per rafforzare le democrazie); allo stesso tempo, l’interconnessione locale non è più protagonista come negli anni Ottanta e Novanta. Segno di come, in realtà, sia stata proprio la globalizzazione a favorire l’uscita di molti artigiani e piccoli imprenditori dallo «stato di minorità», conquistando mercati stranieri che altrimenti sarebbero rimasti inarrivabili.

Il peso economico delle IG: perché anche il non-agrifood ha grande potenziale

A livello UE, secondo Enterprise Europe Network, il comparto “protetto” vale genera circa 75 miliardi annui di ricavi, pari al 15% dell’export comunitario di cibi e bevande: una quota evidentemente significativa. Come noto, l’Italia svetta nell’UE per numero di IG agroalimentari, arrivate oltre quota 800; secondo gli ultimi dati ISMEA, nel 2024 la c.d. DOP economy ha registrato un valore della produzione pari a 20,7 miliardi, di cui oltre 12 destinati all’export: siamo ai massimi storici, in espansione del 25% rispetto al 2020. Vedremo numeri simili anche per l’ambito non agri-food? Le premesse ci sono tutte.

Tra i “papabili” al riconoscimento IGP figurano eccellenze come il vetro di Murano, il marmo di Carrara, i coltelli di Maniago, le ceramiche artistiche (Faenza, Deruta, Caltagirone), la seta comasca e tante altre produzioni nei comparti tessile/moda, legno/arredo e oltre. Settori che possono contare su livelli di valore aggiunto mediamente più elevati che nell’agroalimentare: nonostante la bassa intensità di capitale che li caratterizza, quindi, possono comunque dare un contributo alla reindustrializzazione dell’Italia.

Questa nuova IGP, infatti, nasce incorporando tutte le qualità giuridiche da cui dovrebbe discendere un adeguato livello di tutela della proprietà industriale. I distretti – che, per quanto se ne parli meno, continuano a esistere e prosperare – potrebbero usare il marchio per rafforzare la loro identità verso gli stakeholder, proprio come avviene già nell’agroalimentare, in affiancamento alla classificazione dei «sistemi locali del lavoro» (SLL), fornita dall’ISTAT e comunque molto utile.

Le opportunità finanziarie per il “rinascimento” artigiano-industriale

Dal lato degli incentivi pubblici, come noto, le opportunità certo non mancano, anche al di fuori delle iniziative legate al PNRR, con un regime de minimis e una serie di misure a favore delle imprese artigiane destinate a ricevere nuova linfa dalla riforma del Fondo di garanzia per le PMI, che punta a far affluire credito là dove ce n’è maggior bisogno.

Se guardiamo alle potenzialità delle aziende beneficiarie della nuova IGP, che per la loro struttura tipica forse non possono ancora guardare alla quotazione in Borsa o all’emissione di strumenti del mercato dei capitali (minibond, basket bond, ecc.), sono almeno due le direzioni principali cui rivolgersi per l’afflusso di fondi: la «finanza alternativa» basata su venture capital e private equity, che nel 2024 ha fatto registrare una raccolta record, e – soprattutto – l’universo degli «istituti di promozione» o «banche di sviluppo»: dal grande attore (inter)nazionale, Cassa Depositi e Prestiti, alle 18 società finanziarie regionali, tutti impegnati nella missione istituzionale di sostenere l’operosità del tessuto produttivo italiano. Inoltre, la salute finanziaria del Paese e la sua reputazione sono in crescita (in primo luogo, grazie alla stabilità politica), come dimostrano le recenti promozioni del rating sovrano.

L’idea di fondo è semplice: le opportunità ci sono, a livello nazionale e comunitario. Sta al “piccolo mondo” di provincia, che in realtà fa la gloria del Made in Italy nel mondo, saperle cogliere come meritano, per crescere al di là degli ostacoli “naturali”. Certo, chi regola e legifera deve continuare a impegnarsi affinché la “sostanza” (i vantaggi concreti per le imprese) prevalga sempre sulla “forma” (gli oneri burocratico-amministrativi che servono per ottenerli). Ma con le giuste intuizioni – come quella di candidare la nostra cucina a patrimonio Unesco – la crescita può essere molto più di una speranza.

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