- 27 January 2026
- Posted by: Competere
- Category: Lidea
L’UE e la sostenibilità, agenda 2026: per il regolatore di Bruxelles è arrivata l’età adulta?L'IDEA DI LUCA BELLARDINI
Per lungo tempo l’UE è sembrata andare a spron battuto verso l’aggravio regolatorio, incurante del grido di dolore che si alzava dal tessuto produttivo. Il 2026 potrebbe essere però l’anno della svolta, caratterizzato da un “riavvolgimento del nastro” — orientato alla semplificazione — che rimetta al centro la crescita senza dimenticare gli obiettivi di sostenibilità.
La transizione ecological e i suoi nemici: ideologia, burocrazia
Nel suo Work Programme, la Commissione ha già indicato di voler rinnovare il suo impegno per l’ambiente, seppur in un’ottica di medio-lungo periodo. Oggi sembra finalmente chiaro: bisogna evitare quelle forzature normative che — ispirate da un approccio ideologico — finirebbero per “spiazzare” le nostre imprese, rendendole meno competitive, e i semplici cittadini, che hanno diritto a non vedere pesantemente coartate le loro abitudini di consumo..
Certo, non mancano le novità “dirompenti” in negativo: basti pensare al divieto delle bustine monouso di plastica disposto dal regolamento sugli imballaggi e i loro rifiuti (PPWR), ultimo esempio di invasività UE nel settore del packaging, con effetti difficilmente apprezzabili e sicure maggiorazioni di costo per gli operatori di questo comparto. Al contrario, un “punto di luce” è relativo all’automotive, allorché una modifica della Legge europea sul clima ha fissato per il 2035 l’obiettivo di ridurre le emissioni CO2 — rispetto ai livelli del 2021 — del 90% anziché della totalità (come nella versione precedente): per il restante 10%, dunque, i produttori potranno affidarsi a motori endotermici che usano e-fuel o biocarburanti, innovazione notevole giunta anche grazie all’impegno politico italiano.
Il caos geopolitico ha fatto risvegliare l’Europa?
È ormai evidente che la gravità del quadro geopolitico internazionale impone all’Europa di “diventare adulta”, mettendo da parte l’approccio più naïf alle questioni ambientali. In primo luogo, c’è un mondo sempre più dominato dalla contrapposizione fra USA e Cina, due superpotenze che oggi continuano a crescere (secondo modalità e ritmi diversi, ça va san dire): soprattutto, è la nazione-guida dell’Occidente a ispirare la riflessione sulla necessità che questa parte del pianeta si liberi dei vincoli che finora l’avevano imbrigliata, consentendo ai BRICS — o, perlomeno, ai più “aggressivi” tra loro — di fare la voce grossa.
Il risultato più evidente di questo sguardo attento alla dimensione internazionale è il regolamento CBAM, che dal 1° gennaio ha trovato attuazione definitiva: questo “dazio carbonico” è il tentativo — assai migliorabile nei dettagli operativi — di evitare che i nostri superiori standard di sostenibilità diventino un incentivo a importare da Paesi in cui l’ambiente (e non solo) è considerato al più come un fattore della produzione, anziché uno stakeholder di cui tenere conto. È così che il Mercato unico, fondato sulla promozione del libero scambio e il rifiuto del protezionismo, fa i conti con la realtà: se vogliamo salvare la globalizzazione da chi vorrebbe fermarla per tornare indietro, il fair trade deve diventare una pratica comune e restare nell’orizzonte strategico dell’Unione.
Come fermare la deindustrializzazione? Le ragioni dei “piccoli”
C’è poi il fronte interno di un panorama sociale in cui la divaricazione tra il «centro» e la «periferia», tra i contesti urbani e il paesaggio di provincia, diventa sempre più evidente. C’è una “questione produttiva” di fondo: come consentire a tutte le PMI di prosperare, in un mondo che sarà pure dominato da Big Tech ma che non può certo dimenticarsi di artigianato e «piccola industria»?
Da un anno a questa parte, l’UE sembra aver capito che occorre far funzionare le regole che già ci sono, prima di pensare a una nuova stretta. Il c.d. «pacchetto Omnibus», annunciato il 26 febbraio 2025, alleggeriva molti degli oneri previsti per un numero eccessivo di soggetti il cui ruolo è, invece, strategico proprio ai fini della competitività. L’obiettivo — condivisibile — è quello di selezionare meglio la platea dei destinatari in un’ottica di better regulation: è il caso della Corporate Sustainability Reporting Directive (CSRD), che nel 2025 ha visto una prima ondata di applicazione a valere sui dati 2024; ma l’UE è tuttora impegnata a valutarne l’impatto, anche nel suo passaggio tra le maglie della governance societaria, e quest’anno potrebbero arrivare novità importanti.
I principali dossier di quest’anno (salvo sorprese)
Altri provvedimenti sono in fiĕri, ed è bene essere preparati alla loro implementazione. Per esempio, la direttiva sulla «due diligence di sostenibilità» (CSDDD) fissa alla prossima estate la scadenza del termine per il recepimento. È in corso, poi, il negoziato su come rendere più intuitiva l’informazione (disclosure) sui prodotti finanziari: questa, infatti, non solo è oggi oltremodo complessa, nella tradizione deteriore di una “alluvione normativa”; ma dall’intento di farne una sintesi è scaturito un grossolano sistema di «etichettatura» green — basato sugli articoli del Regolamento in materia (SFDR) — che richiama i peggiori tentativi esperiti nel settore agroalimentare.
Assume grande rilievo anche la disciplina dei rating ESG, che entrerà in vigore a luglio: d’altronde, un celebre studio accusa questi “giudizi” sul grado di sostenibilità delle imprese — spesso calcolati con metodologie approssimative e interpretati con grande superficialità — di essere il risultato di «confusione aggregata» e finire per sviare chi dovrebbe recepirli correttamente, in primis gli investitori.
Prosegue, infine, l’iter di altri provvedimenti: l’istituzione di un Social Climate Fund, compensativo degli effetti avversi del meccanismo del sistema di «crediti» per le emissioni (ETS); la modifica del regolamento sulla deforestazione, con la scadenza per la compliance i maggiori operatori fissata alla fine del 2026; e una normativa contro il greenwashing, tanto attesa quanto finora dibattuta.
Una paradigma che sta cambiando e i meriti dell’Italia
Insomma, la strada sembra tracciata: nel 2026 l’UE punta più sulla trasparenza del mercato, la proporzionalità regolatoria, la qualità dell’informazione aziendale; è meno innamorata di limiti precisi e soglie tranchant; cerca (talvolta) una «spinta gentile» verso gli operatori, rinunciando a imporre divieti con la facilità di un tempo. Anche il metodo non sembra più dirompente come prima: dinanzi alla protesta delle categorie interessate, Bruxelles ha riaperto alcuni fra i dossier più controversi.
Il Governo italiano ha dato una grossa mano a imprimere questo “cambio di paradigma”: peraltro, è un’ottima notizia il recente accordo con la Germania per rendere l’UE meno elefantiaca nella sua architettura regolatoria, nonché più favorevole alla produttività interna e più assertiva nelle relazioni economiche internazionali. È anche per questo che il 2026, pur dominato da instabilità e frammentazione a livello globale, nel Vecchio continente potrebbe riservarci qualche buona sorpresa.
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