Obesità infantile: i limiti dell’approccio britannicoDI PIETRO PAGANINI

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EFA News ha pubblicato un commento di Pietro Paganini sulle sulle nuove restrizioni britanniche alla pubblicità dei prodotti HFSS (High Fat, Sugar and Salt), in vigore dal 5 gennaio 2026. Un’analisi critica che mette in discussione l’efficacia di un approccio sempre più rigido e ideologico alle politiche alimentari. 

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Con l’entrata in vigore, dal 5 gennaio 2026, del divieto di pubblicità per i prodotti HFSS (High Fat, Sugar and Salt) prima delle 21 in TV e in qualsiasi momento online, il Regno Unito introduce una delle regolazioni più restrittive a livello globale in materia di politiche alimentari.

L’obiettivo, ridurre l’esposizione dei bambini a messaggi promozionali e contrastare l’obesità infantile, è legittimo ma il metodo solleva numerose criticità. L’approccio britannico riflette una visione ideologica e riduzionista, poco supportata da evidenze scientifiche solide e incapace di cogliere la complessità biologica, comportamentale, sociale e culturale dell’obesità e delle malattie cardiovascolari. Il rischio è quello di affidarsi a scorciatoie regolatorie che semplificano il problema senza affrontarne le cause strutturali.

Se il Regno Unito si distingue, con l’Italia, per aver preso seriamente il problema dell’obesità infantile, rischia di affrontarlo nel modo peggiore possibile, costruendo un precedente che potrebbe trasformarsi in un benchmark regolatorio pericoloso. Uno dei nodi centrali è rappresentato dal Nutrient Profiling Model (NPM), un modello sviluppato tra il 2004 e il 2005, che classifica come ‘meno salutari’ prodotti molto diversi tra loro sulla base di una somma algebrica di nutrienti ‘positivi’ e ‘negativi’, utilizzato anche come base per il Nutri-Score. Un approccio riduzionista che continua a valutare gli alimenti come entità isolate, ignorando contesto di consumo, porzioni, frequenza, stili di vita e responsabilità individuale.

Le conseguenze sul mercato sono rilevanti: molti prodotti tradizionali rischiano di essere marginalizzati non per un consumo eccessivo, ma per la loro composizione intrinseca. Ne deriva una compressione della concorrenza e una barriera all’ingresso per nuovi prodotti HFSS, che diventano di fatto invisibili dal punto di vista comunicativo.

Ancora più delicata è l’evoluzione del dibattito britannico verso possibili “healthiness targets” per i grandi retailer, basati su obiettivi di salubrità media dell’offerta calcolati sulle vendite. In questo schema, i supermercati potrebbero essere monitorati, e potenzialmente sanzionati, qualora non raggiungessero determinati target aggregati su zuccheri, grassi e sale. Pur non configurandosi come un divieto di vendita dei singoli prodotti, queste ipotesi spostano la regolazione dalla comunicazione all’architettura dell’offerta, esercitando una pressione sistemica sulle imprese. Il risultato potenziale è una distorsione del mercato che favorisce i grandi operatori in grado di adattarsi a parametri amministrativi predefiniti, a discapito dei prodotti tradizionali, delle filiere culturali e della diversità culinaria.

Nel complesso emerge una deriva preoccupante: dalle politiche di prevenzione fondate su informazione, educazione e responsabilizzazione individuale si passa a una progressiva ingegnerizzazione del mercato alimentare. Il rischio è una standardizzazione delle ricette, una compressione della creatività imprenditoriale e una selezione regolatoria dei prodotti, dove sopravvive ciò che rispetta i criteri fissati dall’autorità pubblica più che le scelte dei consumatori.

A differenza del Regno Unito, l’Italia ha recentemente adottato la prima legge sull’obesità, puntando su educazione, prevenzione e responsabilizzazione anziché su classificazioni rigide e divieti generalizzati. Un approccio imperfetto, ma più coerente con la complessità del fenomeno e con l’idea che la salute non possa essere costruita per decreto. Il caso britannico rappresenta quindi un banco di prova politico e culturale per l’Europa: resta aperta la domanda se si stia davvero affrontando l’obesità nella sua complessità o se si stiano sostituendo problemi complessi con scorciatoie regolatorie dai possibili effetti collaterali.

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