- 7 July 2026
- Posted by: Competere
- Category: Lidea
Quei 250 anni di libertà americana che possono insegnarci ancora tantoL'IDEA DI LUCA BELLARDINI
Solo pochi anni fa, forse, questo quarto di millennio degli Stati Uniti d’America ce lo saremmo immaginato (molto) diverso. A 250 anni dalla Dichiarazione d’Indipendenza, le tredici piccole colonie originarie sono divenute cinquanta Stati, vari territori non incorporati e 340 milioni di abitanti in seguito a straordinari cambiamenti politici, economici, sociali, tecnologici di incommensurabile portata: qualcosa da ammirare, certo, e magari imitare. Innovazioni straordinarie, che hanno riguardato pressoché ogni campo della vita umana, sono nate negli USA e da lì hanno preso piede, raggiungendo il resto del mondo sulle ali di quel fenomeno incredibile – la globalizzazione – di cui l’America è stata, e ancora oggi è, il simbolo.
Messaggi chiave:
- A 250 anni dalla Rivoluzione americana, gli Stati Uniti continuano a reinventarsi: il capitalismo cambia forma, ma conserva la sua forza originaria – libertà, innovazione e capacità di adattamento.
- Dall’IA alle Big Tech, il vero divario USA-Europa oggi è culturale: meno burocrazia, più rischio, più fiducia nell’iniziativa privata e nella crescita individuale.
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Competizione globale: mentre l’Europa discute di regole, compliance e redistribuzione, gli Stati Uniti continuano a costruire ecosistemi capaci di attrarre talenti, capitali e innovazione.
Una nazione irriconoscibile
Uno degli elementi che più ha contribuito alla straordinaria evoluzione degli Stati Uniti è stato il dinamismo insito nel capitalismo: un sistema produttivo intrinsecamente libero è sempre in grado di rigenerarsi, anche dopo la più terribile delle crisi; anzi, trae la sua forza proprio dalla capacità di adattarsi all’evoluzione della società (e talvolta finisce per anticiparla).
Insomma, se i Padri Fondatori tornassero negli Stati Uniti del 2026 difficilmente troverebbero qualcosa di familiare. Ma vedrebbero che certi valori, all’epoca dati per scontati, oggi quasi non lo sono più: al contrario, aumenta la frequenza con cui vengono apertamente criticati; e in fondo è proprio questa la differenza più vistosa rispetto al 1776. Si tratta di un modo di pensare profondamente diverso da quello dell’epoca in cui veniva sancita nel testo approvato dalla Convenzione di Filadelfia in quel “fatale” 4 luglio.
La metamorfosi del pensiero economico
L’America di oggi, però, non sembra da meno: ha fatto certamente scalpore il Liberation Day dell’aprile 2025, quando l’annuncio di pesanti dazi ai partner commerciali di Washington scatenò il panico nei mercati, con dure conseguenze anche sugli stessi risparmiatori americani.
E che dire dell’idea secondo cui il Tesoro di Washington dovrebbe acquisire una quota, ancorché minoritaria, nelle maggiori aziende impegnate nello sviluppo dell’intelligenza artificiale? Cosa avrebbero detto, appunto, gli «illuministi» guidati da Benjamin Franklin, ispirati da quei philosophes francesi che certo non attribuivano ai loro sovrani un grande potere taumaturgico nel sostegno all’innovazione, e che forse tutto desideravano fuorché vedere il progresso – a loro tanto caro – comunque influenzato dal potere politico?
Negli USA, paradossalmente, qualcuno preferisce rinunciare all’approccio ultra-regolatorio della «nuova Europa» lasciando relativamente libera l’IA – il che ci sembra, in fondo, un bene – ma, al tempo stesso, riportando in auge la “vecchia Europa” statalista fatta della presenza pubblica nel capitale delle imprese considerate strategiche.
Da un lato abbiamo la metamorfosi che la politica economica degli Stati Uniti ha attraversato – con diverse velocità – a partire dalla stabilizzazione della statualità a 48 Stati, con l’ingresso dell’Arizona nel 1912 (prima di Alaska e Hawaii nel ’59): se quegli anni erano già dominati dal cosiddetto «populismo» politico, intriso di toni ostili alla grande impresa e alle concentrazioni industriali, di lì a poco sarebbero arrivati l’istituzione della Federal Reserve (1913), poi la progressiva espansione del potere federale sotto Woodrow Wilson, infine quel New Deal che – lanciato per contrastare la depressione degli anni Trenta – si sarebbe rivelato il punto d’avvio della sequenza ininterrotta di misure che avrebbero ingrandito l’apparato pubblico a scapito dell’iniziativa privata, culminate nei provvedimenti assunti all’indomani della recente «crisi finanziaria globale».
Gli altri grandi cambiamenti: società e politica estera
Fuori dalle questioni economiche troviamo il grande tema delle migrazioni, che un tempo risultavano nella formazione della “coscienza nazionale” per un orgoglioso Cives Americanus, a prescindere da dove la persona fosse nata e cresciuta: si pensi a un celebre passaggio del discorso con cui Reagan accettò la ricandidatura poco dopo le Olimpiadi di Los Angeles ’84, quando gli USA si mostravano forti e vincenti nella loro multiculturalità… un aspetto che oggi è terreno di scontro politico e tensioni sociali in maniera alquanto accesa, forse più che in passato.
Ci sono, poi, tutte le questioni legate all’innovazione stessa, ai suoi risvolti sui diritti inviolabili della persona; nonché al peso crescente di pochi operatori di mercato – le c.d. Big Tech – rispetto ai quali, accantonato lo spirito antitrust dominante tra fine Otto e inizio Novecento, oggi la soluzione europea sembra ridursi a quella di imporre balzelli internazionali che provino a catturare (spesso invano) la creazione di valore nelle singole giurisdizioni.
E c’è, infine, la politica estera: da un lato, la tentazione di scendere a patti con alcuni autocrati; dall’altra, un rinnovato interventismo militare, all’insegna però di criteri ben diversi di quelli del movimento neocon e la carta perenne di ridurre tutto a un deal politico-economico, disgiunto dai valori dell’approccio «idealista» un tempo prevalente… Questo, peraltro, nell’alveo del crescente disinteresse degli USA per l’altra sponda dell’Atlantico e di uno slogan non recentissimo – America First – il cui successo sembra chiudere la lunga fase “internazionalista” che dalle istituzioni economiche (FMI, Banca mondiale, sistema di Bretton Woods) a quelle politiche (ONU) a quelle di difesa (NATO) aveva plasmato l’«ordine liberale internazionale», dal dopoguerra alla reazione post Undici settembre.
Eppure, quella città sulla collina brilla ancora
Tutto perduto, dunque? Nient’affatto, come ha spiegato bene in un recente articolo per il Corriere della sera. Siamo in una fase di transizione, certo, e i punti di frizione USA-Europa sono molteplici. La sfida di «tenere unito l’Occidente», più volte ribadita dal presidente Meloni, sembra quanto mai ardua. Ma se tralasciassimo per un attimo i rapporti politici e diplomatici, guardando piuttosto al livello di integrazione tra le persone – fisiche e giuridiche – delle due sponde dell’Atlantico (anche grazie ai Mondiali di calcio!), scopriremmo una situazione ben diversa, simboleggiata dal tono rilassato e gioioso del tradizionale ricevimento di Villa Taverna per l’Independence Day.
D’altronde, i cittadini europei continuano giustamente a essere affascinati dagli USA (the shining city upon a hill, secondo una celebra espressione) perché lo spirito di Filadelfia – quello secondo cui tutti nascono eguali e devono dimostrare quanto valgono mettendo a frutto i diritti inviolabili attribuiti loro dal Creatore: la vita, la libertà, la ricerca della felicità – è ancora pulsante nel Vecchio Continente, che dalla «rivoluzione americana» trasse gli elementi migliori di quella francese e del moderno costituzionalismo.
Ed è pulsante perché, per molti versi, gli USA a tutt’oggi rappresentano un faro inestinguibile, come quello che a Ellis Island accoglieva tantissimi nostri connazionali in cerca di un mondo migliore.
Europa-USA, il paragone da cui usciamo malconci
In un confronto euro-americano, guardando agli ultimi anni, lo spread in termini di crescita dice già molto; il confronto tra i mercati dei capitali è impietoso; il livello di benessere della famiglia media resta superiore oltreoceano, nonostante i tentativi di circoscrivere o sminuire questa evidenza.
Vivere negli Stati Uniti, dunque, “conviene”? Con le sue tasche ognuno fa i propri conti… Ma non si può negare che l’Europa sia ancora avvinta dai «lacci e lacciuoli» di chi preferisce tenere immobilizzata la ricchezza, o magari è spinto a indirizzarla verso il debito pubblico; sia spesso frenata da burocratismi inutili, che poco hanno a che fare con l’afflato imprenditoriale di una Silicon Valley o dei tanti altri «distretti dell’innovazione»; sia dominata dalla timidezza, da formalità e ritualismi ingiustificati, dall’avversione per il rischio, dallo stigma del fallimento, dall’ossessione per la compliance, dalla cultura del sospetto circa le intenzioni dei benefattori (“sì, è un filantropo, ma fa beneficenza solo per un mega sconto fiscale”).
Oltreoceano abbiamo baldanza, pragmatismo, concretezza, ottimismo, voglia di scommettere sul successo altrui… e ammirazione per quest’ultimo, altro che invidia sociale!
Perché guardare ancora a Washington, faro di crescita (anche individuale)
Ecco, questi aspetti culturali restano fondamentalmente immateriali, al di là di ogni controvalore monetario che possiamo stimare. E delineano una situazione in cui negli USA – com’era nel disegno dei Padri Fondatori – chi ha talento e voglia di fare riesce a emergere: se non sempre, o quasi sempre, perlomeno con maggiore probabilità che in Europa. Da noi, invece, quell’«ascensore sociale» che ha fatto la fortuna americana sembra irrimediabilmente bloccato: in Italia più che altrove.
Ce ne siamo accorti, finalmente, ma di soluzioni concrete non se ne vedono: torneremo presto a parlarne. Nel frattempo, continuiamo a guardare con ammirazione agli Stati Uniti e a questi 250 anni di libertà, che ancora hanno tanto da insegnarci.