Pur essendo una potenza agroalimentare, la Danimarca cancella il Ministero dell’Agricoltura. L’attuale governo danese considera gli allevamenti un fronte su cui intervenire per raggiungere gli obiettivi ambientali. Ma questi interventi li aiuteranno a diventare più sostenibili o rischieranno di spostare la produzione altrove? Tra nuove tasse e investimenti verdi, la domanda riguarda tutta l’Europa: produrre meglio o produrre meno?
In breve
- La Danimarca abolisce il Ministero dell’Agricoltura: un settore strategico perde una rappresentanza ministeriale autonoma, mentre natura, clima e benessere animale diventano le priorità dominanti.
- La sostenibilità della zootecnia passa dall’innovazione. Biogas, sensori e alimentazione di precisione aiutano a produrre meglio.
- Il bilancio va oltre l’ambiente. Competitività e sicurezza alimentare devono entrare nella valutazione delle scelte europee.
I fatti
È il Paese di Lego, Novo Nordisk e Maersk. Ma la Danimarca resta anche una potenza agroalimentare: l’agricoltura occupa circa il 60% del territorio e quasi tre quarti della produzione sono destinati all’estero.
Da giugno 2026, gran parte delle competenze del precedente Ministero per l’Alimentazione, l’Agricoltura e la Pesca è confluita nel nuovo Ministero per la Natura e il Benessere degli Animali, guidato dal ministro Christian Rabjerg Madsen.
In un Paese con questa vocazione, la scelta va oltre il nome. Dietro gli oltre 12 milioni di suini allevati ci sono imprese, occupazione, ricerca e tecnologie. Il rischio è che questo patrimonio perda peso nelle decisioni che ne determineranno il futuro.
La transizione, in numeri
L’accordo Green Denmark mobilita 43 miliardi di corone, circa 5,8 miliardi di euro, per riconvertire terreni, creare foreste e migliorare la qualità dell’acqua.
Dal 2030 entrerà in vigore la prima tassa al mondo sulle emissioni zootecniche: al netto delle deduzioni, partirà da 120 corone per tonnellata di CO₂ equivalente, salendo a 300 nel 2035.
Nell’agosto 2026, un altro miliardo di corone è stato spostato dagli aiuti agricoli diretti verso clima, biodiversità, acqua e benessere animale.
Come orienteranno questi strumenti le scelte delle imprese: verso l’ammodernamento degli allevamenti oppure verso la riconversione e l’uscita dal mercato?
Perché ridurre, se possiamo migliorare?
Siamo sicuri che servano meno allevamenti? Se l’obiettivo è tutelare l’ambiente, perché non mettere gli allevatori nelle condizioni di innovare in patria?
Prima di ridimensionare un settore strategico, occorre confrontare costi e benefici delle diverse opzioni, considerando anche gli interventi possibili negli altri settori. Ridimensionare la zootecnia offre davvero risultati migliori rispetto a investire nel suo ammodernamento?
La Danimarca dispone già di esperienze sulle quali costruire. Il biogas è una di queste. Nel 2023, il biometano rappresentava quasi il 40% del gas nella rete danese. Gli impianti agricoli generavano circa l’85% del biogas nazionale e i reflui zootecnici costituivano circa il 75% della biomassa utilizzata.
Gli allevamenti possono così contribuire a un sistema circolare: gli scarti diventano energia, sostituiscono fonti fossili e restituiscono nutrienti ai terreni. Per ottenere questi benefici servono impianti efficienti e un controllo delle perdite di metano. Anche sensori, alimentazione di precisione, miglioramento genetico e monitoraggio sanitario possono aiutare a utilizzare meglio le risorse e favorire la salute animale.
Ma l’innovazione richiede ricerca, capitali e prospettive economiche, soprattutto in un settore già segnato da profondi cambiamenti: tra il 2005 e il 2025, il numero delle aziende agricole danesi è diminuito del 48%.
La sicurezza alimentare entra nel conto
La posta in gioco va oltre il clima. In una fase di tensioni geopolitiche e fragilità delle catene di approvvigionamento, indebolire la capacità produttiva europea può aumentare ladipendenza dall’estero e l’esposizione a interruzioni delle forniture e oscillazioni dei prezzi.
Il commercio internazionale e una rete diversificata di fornitori restano essenziali. Unabase agricola competitiva rafforza però la resilienza europea: la capacità di continuare a garantire cibo anche durante una crisi. Competenze e infrastrutture perdute non si ricostruiscono quando scatta l’emergenza.
Vogliamo un’agricoltura migliore o semplicemente meno agricoltura?
La scelta danese andrà giudicata per ciò che migliora, non per ciò che elimina. Ridurre la produzione nazionale non basta a dimostrare un progresso ambientale: occorre guardare anche a chi la sostituirà e a come produrrà.
È qui che passa la differenza tra una transizione riuscita e una delocalizzazione ben raccontata.