Enrico Morbelli: la gioia, l’ironia e la libertà di un vero liberaleOMAGGIO A ENRICO MORBELLI

La scomparsa di Enrico Morbelli lascia un vuoto profondo, ma anche una sincera gratitudine per tutto ciò che ha dato e per come ha vissuto. Liberale fuori dagli schemi, instancabile organizzatore e maestro di ironia, ha saputo trasformare le idee in azioni concrete e illuminare le vite di chi lo incontrava. La sua gioia, la passione e il metodo continueranno a guidarci.

Per chi ci lascia un segno profondo, la scomparsa porta dolore, ma anche gratitudine. È questa gratitudine che si trasforma in gioia: per ciò che ci hanno dato, ma soprattutto per come hanno vissuto.

Enrico ha sempre vissuto con ironia. E con la stessa ironia affrontava il tema della morte. Non un’ironia leggera e di superficie, ma quella che rende le conversazioni memorabili, gli incontri vivi, i ricordi indimenticabili. Sempre intorno a un tavolo: che fosse per celebrare Einaudi, discutere di Popper o Russel, organizzare la Scuola di Liberalismo o semplicemente ridere insieme.

Eccola, l’ironia. Diceva sempre più spesso che, ormai, noi Liberali celebriamo solo i morti. Non era solo una battuta: Enrico era consapevole, più di tutti, che il pensiero liberale di molti si è adagiato, forse addirittura imbastardito, succube delle logiche del potere, sempre più lontano dal difendere le regole della convivenza. Sarà che la morte dei grandi maestri serve a illuminare i vivi, come ricorda il filosofo. Io, con la stessa ironia, gli rispondevo che sarebbe arrivato anche il suo turno, e lo avremmo ricordato non con una tavola rotonda noiosa sul pensiero di un Liberale deceduto, ma con una tavola imbandita, gioiosa, di amici che rievocano i morti.

E così sarà. La prossima riunione della sua Scuola di Liberalismo sarà la sua celebrazione. Non saremo tristi: saremo disorientati, forse, ma attraversati dalla gioia che ci ha sempre trasmesso. E lo ricorderemo con ironia. Perché l’ironia è l’intelligenza che svela le ipocrisie, non la gabbia del politicamente corretto. E Enrico, intelligente e libero, non lo è mai stato.

Enrico era diverso dagli altri Liberali: per nulla pavoneggiante nelle teorie, ma instancabile nell’organizzare. I Liberali classici sono spesso impostati, a volte persino stitici. Enrico era goliardico, gioioso. L’organizzazione e l’attivismo erano la sua dote, ciò che ai Liberali tradizionali manca: goffi quando c’è da costruire, narcisisti quando c’è da elencare nozioni. Anche Enrico parlava, tanto, ma sempre per fare, per realizzare. Perché il liberalismo, diceva burlandosi di me, è prima di tutto metodo.

Per decenni, mentre molti liberali filosofeggiavano, ha portato sulle spalle la Scuola di Liberalismo, accompagnando centinaia di giovani a incontrare il pensiero liberale. Non l’ho mai sentito tenere una lezione della Scuola, eppure la sua lezione è stata la più importante: far sì che il liberalismo si insegnasse, anno dopo anno. Con intelligenza raffinata ha saputo adattarsi ai tempi, dalle aule della Fondazione Einaudi alle stanze virtuali.

Ha chiuso in grande, con le celebrazioni di Einaudi. Come lui, piemontese testardo, contadino, imprenditore e innovatore prima ancora che pensatore. Anche Enrico che non è stato contadino e imprenditore, come il Presidente, ha saputo trasformare idee in cose concrete attraverso la Scuola.

È facile immaginarlo ora a un tavolo con i (tanti) Liberali che non ci sono più, a organizzare ancora una volta chi siede dove e cosa si mangia, ma soprattutto a ricordare che il liberalismo non è un bene intimo e personale, ma qualcosa che va condiviso. Non gli auguriamo di riposare in pace: anche lì, tra i padri del Liberalismo, avrà molto da fare e nuova gente (non più giovane) da spronare.

Ora tocca a noi, la generazione che forse troppo a lungo si è adagiata all’ombra dei padri. Padri grandi, certo ingombranti, ma immensamente saggi, come Enrico. A noi spetta, come lui ha sempre fatto, ricordare la maestosità di chi non c’è più e trasmetterla a chi verrà dopo. Ma ci spetta anche il compito più difficile: proporre il cambiamento di fronte a una crisi che appartiene al DNA stesso della liberaldemocrazia, ripensare la Società Aperta e servirci del metodo sperimentale per promuovere la convivenza di libertà diverse, sempre in conflitto e in concorrenza, restituendo potere ai cittadini e generando nuova prosperità.

Incontrarsi domani, per la nuova Scuola, non sarà la stessa cosa. Ma non ci lasceremo sopraffare dal vuoto: porteremo con noi la gioia che Enrico ci ha lasciato. Perché il vuoto è per i pessimisti, e lui è stato un grande ottimista. E i fatti, la storia, i posteri gli daranno ragione.

Grazie, Enrico. Forse un giorno ci ritroveremo a tavola. Ma, come gli dicevo sorridendo, ci metterò un po’ ad arrivare. Intanto può preparare il vino, piemontese, rosso. Perché, come ricordava quell’amico comune piemontese, “il bianco non è vino”. Ruvido, schietto, ma intenso e colmo di vitalità: proprio come lui. A presto amico mio.

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