- 14 April 2026
- Posted by: Competere
- Category: Lidea
L’illusione delle scorciatoie: il caso della CaliforniaL'IDEA DI COMPETERE
Dalla California arriva l’ennesimo tentativo di semplificare la nutrizione in un’etichetta. Un nuovo marchio per guidare le scelte dei consumatori, distinguendo tra alimenti “più” o “meno” trasformati. L’intento è chiaro. La direzione, meno. Perché ridurre la complessità del cibo a una classificazione rischia di offrire una lettura parziale della realtà. E quando la nutrizione si trasforma in un bollino, il rischio è uno: perdere di vista l’equilibrio.
Per approfondire, leggi la nostra position letter >>>
Un nuovo disegno di legge made in California
Il 25 marzo 2026, Jesse Gabriel, membro democratico dell’Assemblea dello Stato della California, ha presentato il disegno di legge n. 2244(AB). Al centro della proposta c’è l’introduzione di un marchio ufficiale,“California Certified”, destinato agli alimenti non ultra-processati.
L’obiettivo è chiaro: rendere più immediata la scelta dei consumatori. Il meccanismo anche. Un sistema di certificazione indipendente, rinnovabile ogni tre anni, e una maggiore visibilità dei prodotti certificati all’interno dei punti vendita.
Una misura lineare. Apparentemente.
Certificare l’incertezza
Il punto critico sta nella base stessa del sistema: i cosiddetti “alimenti ultra-processati” (UPF). Una categoria ancora priva di una definizione scientifica chiara e universalmente condivisa, spesso utilizzata più come etichetta descrittiva — se non ideologica — che come strumento rigoroso per valutare i rischi per la salute.
Costruire una certificazione su questo presupposto espone a diverse criticità:
- Si confonde il grado di trasformazione con la qualità nutrizionale, trattando in modo incoerente alimenti diversi per composizione ma simili per impatto sulla salute.
- Si genera incertezza normativa, con effetti destabilizzanti per produttori, distributori e organismi di certificazione.
- Si penalizzano ingredienti sicuri e ampiamente utilizzati, nonché tecnologie essenziali per la sicurezza alimentare, la conservazione, l’accessibilità e la qualità dei prodotti.
Il risultato? Una semplificazione che genera più problemi di quanti ne risolva.
Il limite delle etichette
C’è un errore di fondo che ritorna spesso nel dibattito pubblico: pensare che il problema sia il cibo, preso isolatamente. Obesità e malattie non trasmissibili (NCD) sono fenomeni complessi e multifattoriali. L’alimentazione conta, ma non basta a spiegarli. Contano anche: attività fisica, stili di vita, contesto socio-economico, educazione e nuovi fattori come ambienti digitali e sedentarietà.
Ridurre tutto a una classificazione alimentare significa restringere il campo di analisi. E, di conseguenza, l’efficacia delle soluzioni.
Non a caso, le evidenze raccolte in Europa e in America Latina mostrano come strumenti di policy, come le etichette nutrizionali fronte-paccoabbiano avuto un impatto limitato sull’obesità. Con effetti collaterali non trascurabili: aumento dei costi e a riduzione della scelta per i consumatori.
Dalla semplificazione all’equilibrio
Il punto non è rinunciare a intervenire. È cambiare prospettiva.
Le politiche più efficaci non sono quelle che classificano o vietano. Sono quelle che educano, abilitano e responsabilizzano: educazione alimentare, promozione di stili di vita attivi, informazione chiara e contestualizzata, incentivi all’innovazione.
Al centro non c’è il divieto. C’è la capacità di scegliere.
Parola chiave: equilibrio
Esiste un principio che attraversa tutte le evidenze disponibili: equilibrio. Varietà alimentare, moderazione, movimento. Un approccio flessibile, adattabile, culturalmente radicato.
Modelli come la dieta mediterranea lo dimostrano da tempo. Non impongono categorie rigide. Offrono un quadro di riferimento. È questa la direzione che può rendere le politiche davvero efficaci. Ci auguriamo che lo comprenda anche la California.