La corsa infinita per definire gli alimenti ultraprocessati

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La corsa per definire gli alimenti ultraprocessati (UPF) sta mettendo in luce i limiti della categoria stessa. Mentre la Food and Drug Administration (FDA) riconosce la difficoltà di elaborare una  definizione scientificamente solida, il dibattito sta spostando l’attenzione dai processi agli ingredienti, rischiando di aprire una nuova guerra fatta di liste, criteri e regole nazionali in competizione tra loro.

Messaggi chiave:

  • Potrebbe non esistere mai una definizione scientifica unica degli UPF sufficientemente solida da sostenere una regolamentazione a livello globale. 
  • Il dibattito si sta già spostando dalla classificazione degli alimenti agli ingredienti, aprendo la strada a standard differenti e liste nazionali. 
  • La vera sfida per le politiche pubbliche non è definire gli alimenti, ma mettere i cittadini nelle condizioni di compiere scelte alimentari consapevoli in un mondo complesso.

Cosa sta succedendo?

Definire gli alimenti ultraprocessati (UPF) è diventato quasi una moda.

Sempre più spesso, nuove definizioni vengono presentate come la soluzione al dibattito sugli UPF: i ricercatori affinano le classificazioni; i governi promettono nuove regolamentazioni; le organizzazioni difendono i criteri che ritengono più appropriati; le aziende alimentari propongono approcci alternativi.

Tutti sembrano convinti che la prossima definizione sarà finalmente quella in grado di chiudere il dibattito. Ma forse è vero l’esatto contrario.

Nessuna definizione definitiva

La corsa a definire gli UPF rivela una realtà più profonda: potrebbe non esistere una definizione  sufficientemente solida da sostenere tutte le politiche fondate su di esso.

Come ricordava Karl Popper, la scienza non produce verità definitive. Costruisce modelli che restano aperti alla critica, alla revisione e alla sostituzione con l’avanzare delle conoscenze. Le classificazioni sono strumenti, non punti d’arrivo.

Anche l’America fa i conti con i limiti della categoria

Dopo mesi di lavoro, la Food and Drug Administration (FDA) ha riconosciuto quanto sia difficile elaborare una definizione degli UPF che sia al tempo stesso scientificamente solida e concretamente applicabile.

Non dovrebbe sorprendere: la trasformazione alimentare non è una caratteristica univoca. È un continuum che coinvolge ingredienti, tecnologie, formulazioni, finalità e contesti di consumo.

Cercare di comprimere questa complessità in un’unica categoria rischia di creare un’illusione di certezza, anziché maggiore chiarezza scientifica.

Oltre NOVA: si apre la guerra degli ingredienti

È interessante notare come il dibattito stia già andando oltre NOVA. Invece di regolamentare un’unica categoria ampia ed eterogenea di alimenti, le iniziative più recenti negli Stati Uniti si stanno concentrando sempre più su specifici ingredienti e additivi.

Che questo approccio sia giusto o sbagliato non è il punto. Conferma semplicemente quanto sia difficile regolamentare una categoria dai confini così ambigui.

Ma questo apre un’altra questione: chi decide quali ingredienti siano accettabili? E sulla base di quali evidenze, soglie e condizioni di utilizzo?

Ogni Paese potrebbe adottare regole diverse, vietando o scoraggiando ingredienti ammessi altrove. Il rischio è sostituire una classificazione controversa con decine di classificazioni diverse e in competizione tra loro.

Una categoria non spiega come mangiamo

I consumatori non scelgono cosa mangiare in base alla classificazione NOVA. Scelgono i propri pasti in base al gusto, al prezzo, alla praticità, alle abitudini, alla cultura e al tempo disponibile.

Anche la salute non dipende da un singolo fattore, ma dall’interazione tra alimentazione, attività fisica, sonno, stress, varietà metabolica e molti altri fattori. Un’etichetta non può racchiudere tutta questa complessità.

Meno scorciatoie, più strumenti per scegliere

Le classificazioni sono strumenti preziosi per la ricerca. Diventano però meno affidabili quando vengono trasformate in scorciatoie normative.

Le politiche pubbliche dovrebbero dedicare meno tempo alla ricerca della definizione perfetta e concentrarsi maggiormente sull’educazione alimentare, sulla qualità delle informazioni e sulla capacità dei cittadini di compiere scelte consapevoli.

Forse, quindi, la vera domanda non è come definire gli alimenti ultraprocessati.
La vera domanda è se definirli sia davvero il problema che dovremmo cercare di risolvere.