Sugar tax: i cittadini non sono un bancomat

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Francia, Germania, Italia e Olanda tornano a discutere di tasse sullo zucchero. La promessa è migliorare la salute. Ma quali risultati producono davvero? Chi paga? E dove finiscono i soldi? Il nuovo paper di Competere, realizzato con il supporto di UNALA, mette in discussione le scorciatoie fiscali della prevenzione.

In breve:

  • La salute non si misura in tasse incassate. Ridurre gli acquisti non significa necessariamente ridurre l’obesità e diabete. Servono risultati, non promesse.
  • Pochi grammi, molti costi. Le stime analizzate indicano riduzioni di 2–4,4 grammi di zucchero al giorno. Ma chi paga il prezzo economico e sociale della tassa?
  • Basta scorciatoie fiscali. L’obesità è multifattoriale. La prevenzione richiede conoscenza, movimento e scelte consapevoli, non soltanto prezzi più alti.

La salute promette. Il bilancio incassa

C’è una parola magica che rende ogni tassa più presentabile: salute. In Europa, tra bilanci in difficoltà e nuove esigenze di spesa, la sugar tax torna protagonista.

Francia, Germania, Italia e Paesi Bassi puntano su misure fiscali diverse, promettendo benefici per la salute dei cittadini e per le casse pubbliche. Ma a quale prezzo e con quali risultati?

In Italia la sugar tax è diventata un curioso esercizio di equilibrismo: si introduce, si rinvia, si rimette in calendario. Una tassa che sembra vivere, furbescamente, nelle previsioni di bilancio.

Il paradosso della prevenzione fiscale

Il principio è semplice: tassiamo per scoraggiare un consumo e utilizziamo le entrate per finanziare la prevenzione. Ma se lo Stato incassa, significa che la salute migliora?

Gli studi mostrano risultati disomogenei: una diminuzione degli acquisti non significa necessariamente una riduzione dei consumi complessivi.

  • Secondo le stime analizzate nel nostro paper, una tassa sulle bevande zuccherate può ridurre l’assunzione quotidiana di zucchero di circa 2–4,4 grammi. Parliamo di appena 9–18 calorie al giorno, meno dell’1% di una dieta da 2.000 calorie.
Non è necessariamente irrilevante. Ma quanto incide davvero sull’obesità e sul diabete? Modificare i consumi non equivale a dimostrare un miglioramento della salute.

Il conto che non compare sullo scontrino

Cosa accade fuori dal perimetro della tassa?

I consumatori possono sostituire i prodotti tassati con altri, non necessariamente migliori. Possono andare a fare shopping altrove. Gli aumenti possono pesare maggiormente sui redditi bassi.

Le imprese affrontano nuovi costi, mentre la riformulazione a cui le aziende produttrici sono spinte non garantisce necessariamente una dieta più equilibrata.

E dove finiscono le entrate? Finanziano nuova prevenzione oppure coprono spese già previste? Non basta chiamarla tassa di scopo per dimostrarne lo scopo, soprattutto se il sistema fiscale non è trasparente.

E allora tassiamo anche i social?

L’obesità è multifattoriale. Contano alimentazione, movimento, sonno, condizioni individuali e ambiente.

Nel nostro lavoro sull’ultra-social scrolling abbiamo esaminato i rapporti tra uso eccessivo degli schermi, sedentarietà e salute.

  • Se tassiamo ciò che può contribuire all’obesità, perché fermarci alle bevande zuccherate? Tassiamo anche i social media, streaming e i videogiochi?

È una provocazione. Ma evidenzia i limiti di una prevenzione che pretende di risolvere problemi complessi colpendo un singolo prodotto.

Basta tasse travestite da prevenzione

Il nuovo paper di Competere, Understanding Sugar Beyond the Narrative, realizzato con il supporto di UNALA, e che sarà presentato settimana prossima, propone un’alternativa: educazione alimentare, movimento, innovazione e prevenzione personalizzata.

Ai governi chiediamo di abolire la sugar tax.

  • I suoi costi e le conseguenze indesiderate devono essere considerati insieme ai benefici effettivamente dimostrati.
  • Se servono risorse per i bilanci pubblici, si cerchino altrove. Senza confondere il gettito con la prevenzione.

I cittadini non sono un bancomat. Nemmeno quando sul prelievo c’è scritto “salute”. 

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