Agroalimentare e finanza decentralizzata: un campo aperto di opportunità da cogliereL'IDEA DI LUCA BELLARDINI

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La finanza decentralizzata non è solo scontro ideologico o speculazione: è una frontiera tecnologica che sta già trasformando filiere produttive e mercati globali. Dalla tracciabilità alimentare alla gestione delle commodity, blockchain e tokenizzazione promettono più trasparenza, meno conflitti e scambi più efficienti. In un contesto geopolitico incerto, l’innovazione non è un’opzione ma una necessità. E l’Europa — istituzioni e imprese — è chiamata a decidere se guidare questa transizione o inseguirla.

Il mondo nuovo della DeFi

Nell’ultimo biennio il dibattito sulle cripto-attività e la tecnologia sottostante ha assunto toni decisamente manichei, spinto anche da importanti novità regolatorie: prima fra tutte, l’approvazione da parte della SEC americana di ETF aventi come sottostante Bitcoin (BTC) e consimili; a seguire, i vari provvedimenti dell’amministrazione Trump (es. il GENIUS Act). Assistiamo ancora oggi, di fatto, a uno scontro ideologico fra opposte fazioni, con scarsa attenzione rivolta alle applicazioni pratiche di questo segmento finanziario “alternativo” nonché — tema forse ancor più rilevante — dell’infrastruttura tecnologica da cui è sorretto.

Il perimetro della «tokenizzazione» — che ha ricevuto nuovo impulso dall’emanazione di un regolamento dedicato (DLT Pilot Regime, recepito con il «Decreto Fintech» della primavera 2023) — ha portato i «registri distribuiti» (distributed ledger) ben al di là della “semplice” (si fa per dire) coniazione e scambio di cripto-attività. Sebbene il dibattito continui a essere molto acceso e gli ultimissimi dati mostrino una certa divergenza fra le due attività, non di rado Bitcoin è stato etichettato come «oro digitale», anche a fronte dell’interesse da parte di alcune banche centrali alla costituzione di riserve cripto (al momento, di piccola consistenza ed esterne all’Eurosistema).

Il ruolo della blockchain: certificati di qualità e mercati della commodity

Alla luce di questi cambiamenti, è importante chiedersi: quale rapporto può esserci tra la «finanza decentralizzata» (DeFi), da una parte, e il settore agroalimentare dall’altra? Le connessioni restano forse poco note, ma numerose. Primo, in virtù dell’importanza della qualità, della tracciabilità, della certificazione della filiera: elementi che la blockchain può garantire agevolmente, proprio per il modo in cui è concepita. Secondo: perché la tokenizzazione può dare impulso agli scambi su commodity, che rappresentano l’asset class decisamente più rilevante per la filiera agroalimentare. Proprio queste ultime, d’altronde, traggono indubbio beneficio da una tecnologia che può favorire uno scambio di informazioni ordinato e preciso, tale da ridurre la conflittualità commerciale tra le nazioni. La conseguenza può essere quella di agevolare la conclusione dei trattati internazionali: i quali, anche se vantaggiosi per entrambe le parti, spesso incontrano l’ostilità di chi eccepisce la difficile compatibilità tra sistemi con regole diverse, es. sugli standard di qualità merceologica.

L’uso della blockchain, al contrario, non solo porta con sé maggiore sicurezza informatica, tale cioè da garantire l’integrità e l’inalterabilità del contenuto; non solo è utile per la lotta contro frodi e adulterazioni, oltre che per la corretta attribuzione delle «indicazioni geografiche» (pensiamo soltanto all’utilità nel contrastare l’annoso problema dell’Italian sounding).

Perché il settore ha bisogno della finanza (oggi più che mai)

Queste sono applicazioni ormai note, su cui il mercato agroalimentare mondiale sta facendo passi importanti (che pure meriterebbero un’accelerazione); il passaggio ulteriore, invece, riguarda la gestione efficiente delle commodity: es. nello stoccaggio in magazzino, nonché nella valutazione del “collaterale” fisico appostato a garanzia dei contratti o impiegato come loro elemento costitutivo (es. per i forward e i future).

Le commodity agricole, infatti, hanno da sempre una natura maggiormente “finanziaria” di quelle, per esempio, metalliche: la loro intrinseca qualità è assai più variabile; la loro disponibilità è influenzata, oltre che dalle note dinamiche geopolitiche, anche da elementi climatici potenzialmente dirompenti. Da qui la necessità, per le imprese della filiera, di sottoscrivere volumi importanti di contratti a “copertura” dei rischi di approvvigionamento(e, dunque, di oscillazione del prezzo). Dotarle di procedure automatizzate, che ne registrino con certezza le caratteristiche secondo una precisa marcatura temporale, va esattamente nella direzione auspicata da qualsiasi operatore economico, potendo forse mitigare gli effetti negativi dell’arbitrio regolatorio: pensiamo alle decisioni, ambigue e repentine, che diversi Paesi del mondo hanno adottato rispetto all’olio di palma.

Le applicazioni già in essere: il sistema TRACES

Questi mercati, d’altronde, risalgono agli albori del moderno capitalismo: proprio con la “cartolarizzazione” degli scambi di beni agroalimentari è stata sostenuta la trasformazione del sistema, da rurale a industriale a incentrato sui servizi. Oggi, appunto, la filiera è chiamata ad accogliere gli strumenti DeFi: innanzitutto i c.d. smart contract, la cui esecuzione automatica avviene tramite blockchain. Da un lato, questo potrebbe ridurre le controversie; dall’altro, il funzionamento pratico dipende da dati esterni — ispezioni, certificazioni, identità dei firmatari — opportunamente verificati. Una struttura UE dedicata, operativa sull’interscambio con l’estero, esiste già: si chiama TRACES e punta a «snellire il processo di certificazione e tutte le procedure correlate, offrendo un flusso di lavoro completamente digitalizzato». Nel 2024, secondo la Commissione, TRACES ha gestito oltre 5,4 milioni di documenti, con oltre 100mila utenti in tutto il mondo tra soggetti pubblici e privati e 90 Paesi coinvolti (nell’import/export dell’Unione).

Una sfida corale: per la p.A., il sistema produttivo, le istituzioni

In definitiva, la blockchain è chiamata a facilitare le interazioni tra privati o tra questi ultimi e la p.A., rivelandosi utile laddove quest’ultima tende ancora a ragionare per compartimenti stagni, senza che i database si “parlino” tra di loro e, dunque, senza riuscire a fare dei dati il vero “petrolio” della modernità. I possibili use case, d’altronde, non mancano: dagli obblighi informativi del regolamento sulla deforestazione (EUDR) alle nuove norme sulle indicazioni geografiche, a loro volta strategiche per il funzionamento di alcuni accordi internazionali (si pensi a quello con il Mercosur, in cui l’agroalimentare ha un ruolo dominante). In un quadro globale sempre più incerto, muoversi verso la «frontiera» dell’innovazione è imperativo: prima ancora delle istituzioni di Bruxelles, è il sistema produttivo europeo a non dover restare indietro

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