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Il caro delle materie prime, da mesi al centro di analisi e dibattiti, ha investito anche il settore alimentare, esacerbando la disparità di accesso a diete nutrienti e sostenibili tra fasce più e meno agiate della popolazione.

IL VERO VOLTO DELL’INFLAZIONE

Tra condizioni atmosferiche avverse imputabili alla rapidità dei cambiamenti climatici e colli di bottiglia lungo i processi produttivi e logistici, il prezzo globale del cibo è infatti aumentato di circa il 33% nel corso dell’ultimo anno. Un record battuto solo nel 1975, due anni dopo la crisi energetica mondiale che mise fine a venti anni di boom economico. A differenza di allora però, non ci sono immagini di picnic consumati in mezzo ad autostrade deserte a concretizzare ciò che un rincaro del genere comporta. Quello attuale infatti resta un problema sottotraccia. Del resto in Europa l’aumento dei prezzi dei generi alimentari si è limitato, per ora, a un modesto 2%. E gli scaffali dei nostri supermercati continuano a essere sovrabbondanti.

Tuttavia, l’inflazione sta aggravando un fenomeno già avviato, che vede i prezzi dei cibi più salutari aumentare a un tasso superiore rispetto agli altri: il costo di frutta e verdura infatti, è in generale aumentato dai primi anni Novanta, mentre nel 2010 i prodotti surgelati e processati costavano il 20% in meno di venti anni prima. Bastano questi elementi per affermare, in modo tutt’altro che semplicistico, che mangiare in modo sano e sostenibile sta diventando sempre più una prerogativa delle persone ricche. Un cittadino della Virginia Occidentale, uno degli Stati più poveri degli Usa, sarà infatti più propenso a spendere i suoi risparmi in un fast-food che in un ristorante bio, come invece potrebbe permettersi un suo concittadino californiano. E non a caso il primo, a corto di disponibilità economiche quanto di difese immunitarie, ha quasi il doppio delle probabilità di essere obeso il che, ad oggi, significherebbe anche avere meno probabilità di cavarsela se dovesse contrarre il Covid.

NUOVI POVERI, VECCHIE DINAMICHE

I milioni di persone affette da obesità in Nord America e Europa parlano di indigenza e malnutrizione tanto quanto il rachitismo, onnipresente nell’immaginario collettivo evocato dalla sola menzione della fame. A dispetto dei luoghi comuni, la povertà è tutt’altro che sconfitta. Piuttosto si sta trasformando da un fenomeno prettamente rurale e legato ai Paesi meno avanzati – i bambini con la pancia gonfia, per intendersi – a uno urbano, forse meno esplicito ma altrettanto drammatico. Secondo una stima della Food and Agriculture Organization sono 3 miliardi le persone che a oggi non hanno accesso a diete salutari, con il 32% dei bambini sotto i 5 anni che soffre di malnutrizione, cioè non riceve adeguate quantità di tutti i nutrienti più importanti per la salute.

Il rincaro delle materie prime e delle derrate alimentari non ha fatto altro che accentuare il problema della malnutrizione e, contestualmente, di una serie di ineguaglianze dovute a una squilibrata distribuzione di risorse, ma troppo spesso dimenticate nella foga della transizione ecologica. Chiedere di smettere di mangiare carne a chi non se l’è mai potuta permettere, o di sostituirla con prodotti che inquinano meno ma costano il triplo, rimanda la memoria a certe teste coronate che a chi chiedeva pane rispondevano di mangiare brioche.

Una nutrizione davvero sostenibile è prima di tutto democratica: non può permettersi di lasciare nessuno indietro. Anzi, le politiche di sostenibilità, chiavi di volta del progetto europeo nei prossimi decenni, devono adottare un approccio graduale e attento a non far ricadere il peso della transizione ecologica sulle spalle dei più fragili, rendendosi invece strumento di chiusura del divario alimentare e salutare tra vari Paesi del mondo quanto all’interno delle società occidentali.

La credibilità è la nostra forza. La nostra visione al vostro servizio.

Pietro Paganini
Presidente, Competere
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