L’agricoltura sostenibile tra obiettivi da raggiungere e consapevolezza dei consumatoriDI ISABELLA CECCARINI

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Green Deal, crisi climatica, sostenibilità alimentare, ricerca e innovazione in agricoltura. Tanti i temi sul tavolo che potranno cambiare le politiche agricole europee. Se l’intera filiera agroalimentare deve gestire la transizione verde, anche i consumatori devono fare la loro parte, purché siano messi in condizione di farlo.

Verso una nuova agricoltura?

Si sta aprendo un nuovo scenario per l’agricoltura? E soprattutto il consumatore sarà adeguatamente informato per poter scegliere in modo consapevole? Leggi l’intervista di Isabella Ceccarini a Pietro Paganini riguardo l’argomento su Rinnovabili, o continua a leggere su questa pagina.

Il Green Deal è nato come risposta europea alla crisi climatica. Ha posto obiettivi ambientali molto sfidanti, che il mondo dell’agroalimentare ha ritenuto realisticamente irraggiungibili e viziati da un approccio ideologico. Quale bilancio si può tracciare secondo Lei?

Nei processi politici i bilanci sono sempre positivi se portano a un confronto plurale, all’ampliamento delle libertà, della prosperità economica e delle conoscenze. Con il Green Deal abbiamo imparato che non si possono seguire ideologie che non tengano conto dei fatti della realtà o di problematiche economiche e sociali, né tantomeno delle possibili conseguenze non intenzionali.

In cinque anni il mondo è cambiato drammaticamente, ma le istituzioni europee non se ne sono accorte, insistendo con politiche rigide e immutabili, fino a quando i trattori (pochi) non sono scesi in strada. Ora ci si affanna per tornare indietro, per provare a correggere gli errori. Di nuovo, non lo si fa su una base scientifica tipica del metodo sperimentale, ma seguendo l’emotività e l’interesse politico di bottega. Rischiamo di passare dall’ideologia ambientalista all’ideologia negazionista. Serve invece un bilanciamento tra sostenibilità ambientale, economica e sociale, che negli USA definiscono “resilienza”.

L’agricoltura, troppo spesso demonizzata come responsabile di gran parte delle emissioni di gas climalteranti, potrebbe diventare il perno su cui costruire la transizione verde?

L’agricoltura trasforma il territorio da millenni. È protagonista e responsabile del cambiamento che porta con sé conseguenze positive e negative sia per l’uomo che per l’ambiente. Abbiamo ora imparato che si può coltivare con tecniche nuove, con strumenti innovativi per essere più efficaci, efficienti e sostenibili. Tutto ciò ha un costo economico e temporale, cioè servono risorse economiche e tempo per “transitare” una filiera antiquata e bulimica al cambiamento in una che è innovativa dal punto di vista strutturale, organizzativo, manageriale e tecnologico.

L’agricoltura europea è tradizionalmente poco competitiva, vive di sussidi (la famosa PAC) e fatica a concorrere con le pratiche intensive di alcuni paesi o le pratiche distorsive di altri. Eppure l’Europa può facilmente diventare leader dell’agricoltura di precisione. Ma occorre una riforma netta e coraggiosa del settore, accorciare le filiere (soprattutto in Italia) e consolidarle. Il piccolo è bello può funzionare se inquadrato in un sistema di filiere consolidate, capaci di fare economia di scala o esportare grande qualità.

I tre pilastri della sostenibilità – ambientale, economica e sociale – sono tra loro interconnessi. Le politiche europee, secondo Lei, hanno dato il giusto valore all’agricoltura e al lavoro degli agricoltori? Due elementi sui quali si fonda la sicurezza alimentare.

Negli ultimi cinque anni, gli agricoltori e in generale il settore dell’agrifood, siano piccole aziende agricole o grandi agglomerati dell’alimentare, sono stati messi all’angolo e colpevolizzati del dramma climatico e della perdita di biodiversità.

Ha prevalso una miope ideologia verde spesso ben coagulata con interessi finanziari di nuove avventure commerciali nel settore del così detto green-tech o food-tech. Innovazione. Sì, ma l’innovazione pur dirompente che sia, non si impone per legge, scartando tutto ciò che c’era prima e su cui, per altro, si sono investiti centinaia di miliardi in sussidi. Così, improvvisamente, sono bastati pochi mesi per scoprire che il “re è nudo”.

Agricoltura e alimentare sono l’energia che ci tiene in vita e l’innovazione luccicante è ancora molto lontana dai numeri necessari a sfamare 500 milioni di europei e 8 miliardi di cittadini del mondo. Ecco perché è necessario innovare l’agri-food esistente valorizzandolo. Ben vengano la carne in vitro o le proteine vegetali, o le bevande in laboratorio, ma sia il mercato ad acclamarle, piuttosto che leggi artificiali imposte da una “pseudo scienza” determinista che si erge sopra gli interessi dei cittadini.

Ritiene che l’innovazione e la ricerca abbiano un ruolo determinante per un’agricoltura sostenibile?

Si, assolutamente. L’agricoltura di precisione è il passaggio necessario per efficientare la produttività, ridurre gli sprechi, migliorare la qualità, preservando l’ambiente o, appunto, rigenerandolo.

Ma, come ho detto, servono risorse economiche, umane e il tempo. Serve un piano europeo, reti di università e centri di ricerca, agricoltori e filiere disposte al cambiamento e al consolidamento, brevetti e la loro necessaria protezione, stimolo a produrre di più per esportare invece che a produrre di meno per il necessario.

Servono manager e imprenditori a gestire le aziende. Avete mai sentito un bocconiano che vuole dirigere un’azienda agricola? Nella comprensione della risposta è la soluzione al problema.

Insetticarne coltivata, tecniche di evoluzione assistita saranno davvero il futuro della sostenibilità alimentare? Un’educazione alimentare che insegni a fare scelte naturali ma più responsabili basate su diete equilibrate, prodotti locali e di stagione potrebbe essere altrettanto efficace?

Quel che sarà lo stabiliranno i cittadini e gli operatori attraverso le loro scelte. Il ruolo del legislatore è sostenere le regole della concorrenza, garantire a tutti la possibilità di partecipare nel rispetto della salute e della sicurezza dei cittadini. È anche quello di favorire alcune politiche industriali rispetto ad altre, sempre nell’interesse delle libertà e del benessere dei cittadini.

Tra i doveri di uno Stato verso i suoi cittadini c’è quello di fornire strumenti e accesso alle conoscenze per fare scelte libere e consapevoli. Lo Stato non deve stabilire cosa è la salute e come raggiungerla, ma fornire delle linee guida affinché ciascuno possa fare le proprie scelte, e quindi trovare il proprio equilibrio. Lo Stato non deve favorire la salute, ma l’equilibrio. L’idea di salute cambia nel tempo, si evolve, mentre l’equilibrio è il metodo che aiuta a scegliere nel proprio interesse per vivere meglio e più a lungo.

Quali dovrebbero essere le pietre angolari di una politica agricola che, partendo dal presente, possa delineare un futuro sostenibile?

Prima di tutto accorciare le filiere e consolidarle, poi investire in innovazione per favorire la produttività e la resilienza. Ma soprattutto rimettere il settore dell’agrifood al centro della politica e della politica industriale bilanciando interessi ambientali, economici e sociali. L’agroalimentare è il settore da cui ricaviamo l’energia necessaria per vivere meglio e più a lungo. Infine, educare i cittadini affinché conoscano ciò che mangiano, facciano scelte consapevoli e soprattutto ne comprendano le dinamiche.

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