La politica può regolamentare ciò che la scienza non ha ancora definito?

ANSA, Lazio Politico e AgenSalute hanno ripreso l’intervento di Pietro Paganini sulla recente decisione di Roma di escludere i cibi ultra-processati (UPF) dalle mense scolastiche. Mentre cresce la volontà politica di regolamentare questi prodotti, emerge una contraddizione: gli UPF vengono già trattati come una categoria giuridica e amministrativa, nonostante la comunità scientifica non abbia ancora raggiunto una definizione chiara e condivisa. Garantire pasti scolastici più sani è un obiettivo comune, ma trasformare un concetto ancora controverso in un criterio per gli appalti pubblici rischia di sostituire le evidenze scientifiche con certezze politiche. Un dibattito che va ben oltre Roma e solleva una domanda cruciale: come dovrebbero dialogare scienza, regolamentazione e salute pubblica quando le conoscenze sono ancora in evoluzione

Messaggi chiave:

  • Il grado di trasformazione indica come viene prodotto un alimento, non quanto sia salutare.
  • I cibi ultra-processati (UPF) restano al centro del dibattito scientifico e normativo in tutto il mondo.
  • Il futuro delle politiche nutrizionali passa dalla nutrizione di precisione e dalla prevenzione personalizzata, non da classificazioni alimentari generalizzate. 

UPF: tutti vogliono regolamentarli, ma pochi sanno definirli

Escludere gli alimenti ultra-processati dalle mense scolastiche può sembrare una scelta semplice. In realtà, la decisione di Roma solleva una domanda decisiva: si può introdurre una regola basata su un concetto che la scienza non ha ancora definito in modo univoco?

La politica sembra già pronta ad agire sugli UPF. Il mondo scientifico, invece, non ha ancora raggiunto un consenso su quali alimenti debbano rientrare in questa categoria. E non è una semplice questione di parole: da questa incertezza dipende la solidità delle misure adottate.

Gli studi utilizzano sistemi diversi. NOVA è il più conosciuto, ma non l’unico: altri modelli seguono criteri differenti e l’inquadramento di molti prodotti di uso quotidiano resta oggetto di dibattito.

Non sorprende, quindi, che autorità come la Food and Drug Administration (FDA) statunitense stiano ancora lavorando a criteri pratici, coerenti e condivisi per identificare gli alimenti ultra-processati.

Eppure, le decisioni politiche si moltiplicano, come se gli UPF fossero già una categoria scientifica chiara e universalmente riconosciuta. 

Quando la politica alimentare corre più veloce della scienza

Questo approccio rischia di rovesciare il rapporto tra ricerca e decisioni pubbliche.

Prima di trasformare l’incertezza in regole, servono evidenze solide. Il punto non è difendere i prodotti trasformati né opporsi a mense scolastiche più sane: migliorare l’alimentazione dei bambini è un obiettivo condiviso.

La vera domanda è un’altra: le autorità pubbliche dovrebbero definire i criteri degli appalti sulla base di un concetto ancora controverso? La risposta è importante, perché il valore di un alimento non può essere racchiuso in una sola etichetta.

Il livello di lavorazione, da solo, non determina gli effetti sulla salute. Contano anche la composizione nutrizionale, la matrice alimentare, le porzioni, la frequenza di consumo, la dieta complessiva, lo stile di vita e la risposta metabolica individuale.

Una politica nutrizionale efficace dovrebbe quindi concentrarsi su rischi misurabili ed evidenze robuste, anziché affidarsi a categorie dai confini ancora incerti.

Cibi processati o ultra-processati? La nutrizione non è una scelta binaria

Dividere gli alimenti tra processati e ultra-processati rende la comunicazione politica più immediata. Ma una classificazione più semplice non è necessariamente più accurata.

Le categorie nette sono rassicuranti: riducono lo sforzo necessario per comprendere problemi complessi e rendono le decisioni apparentemente più facili. Una politica fondata sulle evidenze deve però resistere a questa tentazione.

Un’unica etichetta non basta a spiegare la nutrizione. E non si migliora la salute dividendo semplicemente gli alimenti tra “buoni” e “cattivi”.

La vera sfida è sviluppare politiche capaci di riflettere come le persone mangiano davvero, considerando l’interazione tra alimentazione, stili di vita, condizioni di salute e bisogni individuali.

Dagli UPF alla nutrizione personalizzata

L’alimentazione e la salute pubblica stanno superando le classificazioni valide per tutti per andare verso un futuro più personalizzato e fondato sulle evidenze.

Intelligenza artificiale, dispositivi wearable, monitoraggio continuo della salute e nutrizione di precisione permetteranno di offrire raccomandazioni su misura, anziché applicare le stesse indicazioni a intere popolazioni.

La domanda non sarà più soltanto «Che tipo di alimento è?», ma «Per chi, in quale quantità, con quale frequenza e in quali circostanze?». Questo cambio di prospettiva è decisivo nel dibattito sui cibi ultra-processati, diventato un banco di prova per capire come le società moderne affrontano l’incertezza scientifica.

La buona ricerca riconosce ciò che ancora non sappiamo mentre cerca evidenze più solide. Le politiche pubbliche dovrebbero fare lo stesso.

Il futuro della salute dipenderà sempre meno da classificazioni binarie e sempre più da dati in tempo reale, conoscenze personalizzate e una migliore comprensione delle risposte individuali. Altrimenti, la certezza politica rischia di sostituire le prove scientifiche molto prima che esistano risposte davvero certe.