Le politiche alimentari europee sono pensate per un consumatore “tipo”. Ma milioni di europei non corrispondono a quel modello. Immaginate una mensa a mezzogiorno, in una scuola, un ufficio o un ospedale. I vassoi sbattono, le voci rimbombano e gli odori di tre piatti diversi si mescolano nell’aria. Per molti è semplicemente il pranzo. Per una persona autistica o con disturbo da deficit di attenzione e iperattività (ADHD), rumori, luci e odori possono diventare insopportabili. E nel piatto potrebbe non esserci nulla che riesca a mangiare. Le politiche nutrizionali europee raramente tengono conto di queste realtà. Presuppongono che tutti percepiamo sapori, odori e consistenze più o meno allo stesso modo, riconosciamo quando abbiamo fame e riusciamo a pianificare un pasto senza difficoltà. Per le decine di milioni di europei autistici, con ADHD o con altre forme di neurodivergenza, questa premessa si scontra ogni giorno con la realtà.
In breve
- A tavola non abbiamo tutti gli stessi bisogni: per le persone neurodivergenti, le caratteristiche sensoriali del cibo possono condizionare ciò che riescono a mangiare.
- Le politiche alimentari presumono un consumatore “modello”: menu rigidi e divieti possono limitare le possibilità di chi riesce a mangiare solo pochi alimenti.
- L’inclusione passa da scelte concrete: menu consultabili in anticipo, opzioni adatte a diverse esigenze sensoriali e ambienti tranquilli possono rendere i pasti più accessibili.
Non sono capricci, né casi rari
Per le persone neurodivergenti, consistenza, odore e aspetto del cibo possono condizionare ciò che riescono a mangiare. Queste differenze nel rapporto con il cibo sono comuni e hanno una base biologica. Circa una persona autistica su cinque mostra segni di disturbo evitante/restrittivo dell’assunzione di cibo (ARFID), una condizione in cui la varietà degli alimenti accettati si riduce al punto da compromettere la salute.
Le persone con ADHD presentano un rischio molto più elevato di abbuffate e bulimia. Consistenza, odore e aspetto del cibo contano moltissimo. Per molte persone neurodivergenti, inoltre, i segnali di fame e sazietà arrivano deboli, in ritardo o non arrivano affatto. «Basta ascoltare il proprio corpo» presuppone un dialogo che non tutti riescono ad avere.
Le conseguenze possono essere serie. I medici diagnosticano ancora lo scorbuto, una malattia che associamo ai marinai del Settecento, in persone autistiche il cui peso appariva del tutto normale. Le difficoltà economiche aggravano il problema: quasi un terzo delle famiglie con un figlio autistico vive una condizione di insicurezza alimentare, cioè non ha accesso regolare a cibo sufficiente e adeguato.
E chi dipende da pochi «alimenti sicuri», che riesce a mangiare senza disagio, sa quanto una ricetta rivisitata o uno scaffale vuoto possano stravolgere un’intera settimana di pasti.
Il punto cieco delle politiche alimentari
In Europa non mancano le regole sull’alimentazione scolastica. Ogni Stato membro dell’UE ha una propria politica in materia. La mappatura della Commissione europea mostra che queste politiche fissano standard per nutrienti e porzioni, limitano distributori automatici e marketing e spesso vietano le bevande zuccherate. Gli approcci, però, variano enormemente.
Nel 2015, la Polonia ha reso obbligatorio nelle scuole un elenco dettagliato degli alimenti consentiti, vietando esplicitamente zuccheri aggiunti, sale aggiunto e pane bianco.
La Finlandia, che offre un pasto gratuito a ogni alunno dal 1948, considera il pranzo parte del percorso educativo: le raccomandazioni nazionali prevedono pasti tranquilli e senza fretta, partecipazione degli alunni e attenzione all’intero ambiente in cui si mangia.
Nessuno dei due modelli è stato pensato per gli alunni neurodivergenti, ma i due approcci hanno implicazioni molto diverse. Per chi riesce a mangiare solo pochi alimenti, un elenco di divieti può restringere ulteriormente le possibilità. Un pranzo in un ambiente tranquillo, con il coinvolgimento degli alunni nelle scelte, può invece rendere più facile partecipare al pasto.
Fuori dalle scuole, il quadro è simile. L’Atto europeo sull’accessibilità, applicabile da giugno 2025, non copre le etichette alimentari, mentre il programma dell’UE destinato alle scuole non fa riferimento all’inclusione.
I menu fissi di ospedali e strutture assistenziali, o regole come «assaggiane almeno un boccone», possono privare una persona dell’unico pasto che riesce a mangiare. La pressione può cambiare un singolo pranzo. La comprensione aiuta a costruire la capacità di alimentarsi bene per tutta la vita.
Cosa può fare l’Europa, adesso
L’Europa ha un’opportunità concreta. La rinegoziazione del programma destinato alle scuole per il periodo successivo al 2027 può fare spazio a opzioni adatte a diverse esigenze sensoriali, menu pubblicati in anticipo e luoghi tranquilli dove mangiare.
Gli stessi principi dovrebbero essere adottati negli ospedali, nelle strutture assistenzialie nelle mense aziendali, dove ogni giorno mangiano anche adulti neurodivergenti.
La prossima revisione delle norme europee sull’etichettatura può rendere le informazioni alimentari accessibili a tutti, attraverso testi facili da leggere e immagini.
I finanziamenti alla ricerca, incluso il prossimo bando di Horizon Europe su disabilità e inclusione, possono sostenere studi guidati dalle stesse persone neurodivergenti. Formare il personale della ristorazione e i professionisti sanitari avrebbe costi contenuti e potrebbe fare una grande differenza.
Non è una questione di nicchia. La Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità riconosce il diritto a un’alimentazione adeguata. La domanda è se questo diritto valga davvero per ogni mente.
Ogni mente vive il cibo in modo diverso.
Ogni politica alimentare dovrebbe tenerne conto.