Il Potere delle Emozioni NegativeL'IDEA DI FREDERICK DOOLEY

Come non farsi dominare dalle proprie peggiori emozioni e, anzi, imparare da esse per essere più forti e crescere se stessi e chi ci sta attorno.  Il nuovo libro di John Tierney e Roy F. Baumeister “The power of bad” analizza il rapporto tra emotività e razionalità sotto molteplici punti di vista e aspetti della vita quotidiana.

PERCHÈ È IMPORTANTE?   La situazione drammatica e di forte incertezza che stiamo affrontando, non solo in Italia ma in buona parte del mondo di fronte alla sfida della pandemia, si innesta improvvisamente ad un clima generale caratterizzato dall’incertezza verso il proprio futuro individuale e di quello comune, dove ad una crescente forte conflittualità corrisponde un crescente desiderio di ordine, stabilità e di ritorno alle proprie sicurezze.

A far fronte all’ignoto che è là fuori e a ciò che ci riserva il futuro corrispondono degli stati d’animo e psicologici interni che spesso non è facile gestire. Crescere significa coniugare l’abilità di affrontare l’esterno e il nostro mondo interiore. Per fare questo serve crescere la consapevolezza di quello che ci succede quando dentro di noi compaiono emozioni soprattutto quelle negative, quali paura, ansia, rabbia ecc. Nel libro “The power of bad” di John Tierney e Roy F. Baumeister, vengono illustrati alcuni degli studi e delle ricerche che negli ultimi anni hanno capovolto alcuni assunti della psicologia, in particolare, riconoscendo l’importanza delle emozioni negative sui comportamenti, specie quelli irrazionali delle persone e, di conseguenza, nella società.

Una critica, per esempio, rimane maggiormente impressa di molti plausi; in un gruppo di persone, un volto imbronciato viene ricordato più di quelle sorridenti. Dal punto di vista biologico evolutivo il peso delle emozioni negative ha senso perché guida l’individuo nella lotta per la sopravvivenza in un ambiente spesso ostile. Allo stesso modo le emozioni negative sono utili alla sopravvivenza dei gruppi di individui quale strumento di coesione sociale e di punizione del trasgressore.

LA REGOLA DEL QUATTRO   Ma quanto pesano queste emozioni nell’economia delle esperienze umane? Dipende. La letteratura, la filosofia e la storia ce lo mostrano in vario modo. Negli ultimi decenni, diverse ricerche in varie branche della scienza hanno provato a quantificare quanto pesano le emozioni negative rispetto a quelle positive. Secondo Tierney e Baumeister, che esplorano diversi studi degli ultimi anni, un’emozione negativa è, euristicamente, quattro volte più intensa di una positiva. Da un semplice bilancio, per poter affermare di vivere fuori dall’influenza dell’emozione negativa bisognerebbe quindi sperimentare almeno quattro emozioni positive. Naturalmente delle emozioni conta anche la qualità oltre che l’intensità.Queste osservazioni servono soprattutto a far comprendere quanto importanti siano le emozioni negative e sproporzionate nei loro effetti.

L’ELEFANTE E IL SUO CONDUTTORE   Come osservato da Jonathan Haidt nel suo libro Menti tribali, prendendo spunto anche dal lavoro di Daniel Kahneman, potremmo offrire la metafora dell’elefante che rappresenta l’emotività inconscia e del suo conducente, la mente cosciente razionale, che può solo sperare che l’elefante non faccia di testa sua per non essere portato là dove non vuole. Per fare questo, bisogna riconoscere prima che l’elefante è sia dentro di noi sia dentro gli altri. Reprimere l’elefante che è in noi è molto faticoso. Accoglierlo, conoscerlo ed educarlo facendolo vivere in sinergia con il conducente, la coscienza razionale, è la via per crescere.

In questo senso è evidente che sarebbe consigliabile non commettere degli errori che ci possano provocare emozioni negative. Essere cioè coscienti che la negatività può distorcere il nostro giudizio ma che è possibile superare gli impulsi irrazionali che possiamo provare. Ciò significa dare il giusto peso alle proprie emozioni e alle conseguenze che queste possono avere. Allo stesso modo, considerare le emozioni negative come un’opportunità di imparare. Per esempio, un modo per superare il conflitto con le proprie emozioni potrebbe essere utile anticipare una situazione in cui si sa che si sarà soggetti a reazioni emotive e creare una regola da seguire quando questo succederà. Un’altra potrebbe essere rendersi conto che mordersi la lingua piuttosto di dire qualcosa di sgradevole aiuterà molto di più nelle nostre relazioni che una buona parola o azione proprio perché le parole sgradevoli potrebbero generare emozioni sproporzionatamente negative in chi le riceve. Oppure ancora, se si è un genitore, anziché immaginare di potere aumentare il quoziente intellettivo dei propri figli facendoli fare molteplici attività si dovrebbe porre maggiore attenzione ad evitare un ambiente in cui domini la negatività, fattore che aiuta molto di più a sviluppare pienamente il potenziale dei bambini e del loro futuro.

IL SISTEMA EDUCATIVO: MENO CAROTA E PIÙ BASTONE?   Queste considerazioni hanno ripercussioni immediate sul modo di intendere i rapporti lavorativi, sul modo di intendere la comunicazione politica, nel modo in cui sviluppare le relazioni personali. Un esempio interessante presentato dagli autori può esser visti per il sistema educativo.

Negli ultimi decenni si è puntato molto a sviluppare, per esempio, una pedagogia che puntasse alla preservazione dell’autostima degli studenti. Il punto di partenza di questo approccio stava nell’osservazione del rapporto tra successo e autostima, in cui si pensava vi fosse un nesso di causalità tra chi avesse una forte autostima di sé e il successo nella vita. In pratica, per non intaccare l’autostima così intesa degli studenti di una classe si decise di rimuovere i premi per chi se li meritava e, invece, di dare a tutti un premio indistintamente a prescindere che fosse meritato o meno. Negli ultimi anni si è compreso che questo nesso non solo non esiste ma che la stessa autostima sia un concetto molto più complesso che dipende da diversi tratti della personalità di ognuno. Inoltre, si è finalmente compreso che un imprenditore non aveva successo perché semplicemente aveva autostima ma, invece, è molto più probabile che costruisca la propria immagine di sé sulla base del successo che gradualmente ottiene con le proprie azioni, buone abitudini e piccoli successi quotidiani.

COMPETERE FA BENE   In questo senso, i premi ottenuti senza merito non permettono allo studente di progredire quanto permettono, invece, le critiche e punizioni (da non intendere in senso Vittoriano!) ossia da quelle misure che generano emozioni negative. Le emozioni negative, infatti, permettono di focalizzare l’attenzione al massimo e richiedono impegno. La controprova che si può portare è che mentre negli ultimi anni si è diffusa nei sistemi educativi una cultura che pensa di tutelare l’autostima, o una certa visione di essa, si è diffuso, curiosamente, nella stessa fascia di età, ma non solo, una grande economia dei videogiochi che prediligono la competizione e la capacità nel superare i propri limiti.

Se l’educazione, non solo dei più giovani, vuole portare ad una maggiore collaborazione tra gli individui non può avvenire, per esempio, imponendo una idea di autostima incompleta o errata quanto, invece, sviluppando i tratti personali e le risorse emotive uniche degli individui, insegnando a comprendere e accettare il valore che ci può essere nell’altro.

Queste letture ci ricordano che la conoscenza di se stessi richiede la capacità di ascoltare e accogliere le proprie emozioni. Allo stesso tempo accrescere il proprio potenziale richiede un intelletto che sa farsi umile e comprensivo rispetto ai capricci delle nostre emozioni.

La credibilità è la nostra forza. La nostra visione al vostro servizio.

Pietro Paganini
Presidente, Competere
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