Salvare le InfrastruttureL'IDEA DI STEFANO CIANCIOTTA

Le infrastrutture sono fondamentali per lo sviluppo economico e sociale di una nazione. Per favorire gli investimenti è necessario rafforzare i ruoli tecnici nelle pubbliche amministrazioni e istituire centri di competenza capaci di fare programmazione e monitoraggio e controllo.

Il crollo del Ponte Morandi ha riaperto poco più di un anno fa il dibattito sul valore delle infrastrutture e su come evitare di attivare un pericoloso dualismo tra la necessità di manutenere le opere esistenti e l’indubbia urgenza di nuove infrastrutture. Dall’inizio della crisi del 2008 l’Italia ha registrato un gap di investimenti di circa 85 miliardi di euro. Gli investimenti pubblici sono diminuiti di oltre un terzo, mentre quelli per le infrastrutture, se nel 2009 hanno raggiunto quota 29 miliardi, dal 2017 ammontano a soli 16 miliardi all’anno.

PERCHÉ È IMPORTANTE? Alla ripresa economica italiana, infatti, manca il contributo fondamentale del settore delle infrastrutture. Non a caso, la programmazione di un grande piano infrastrutturale, rappresenta una delle quattro misure di policy individuate dal centro studi di Confindustria per avviare un processo di crescita del Paese. Una carenza di investimenti, infatti, abbassa il Pil corrente, compromettendo la crescita e la competitività nel medio termine.

QUESTIONE DI (IN)COMPETENZE Se dal 2008 al 2016 il problema principale delle stazioni appaltanti pubbliche era quello di individuare le risorse economiche da destinare agli investimenti, dal 2016 paradossalmente il tema si è spostato sulla reiterata incapacità delle amministrazioni locali di programmare, pianificare ed eseguire gli interventi.

I Comuni (la cui imposizione fiscale nell’ultimo decennio è aumentata del 108% per fare fronte alla diminuzione sempre maggiore dei trasferimenti dallo Stato) hanno ridotto nel triennio 2017-2019 la spesa per investimenti in opere pubbliche di circa 2,5 miliardi.

L’impossibilità di trasformare in cantieri la maggiore disponibilità di risorse in capo agli enti locali pone quindi il vero tema sul quale dovremmo concentrare la nostra attenzione, che è quello delle competenze e della capacità di programmazione, argomenti complicati da affrontare soprattutto nei Comuni di dimensioni più modeste (in Italia 5000 Comuni amministrano poche migliaia di cittadini) o nelle stesse Province, bloccate da una riforma imperfetta.

Non fanno eccezione anche le Regioni. Dal 2016 esiste un Fondo progettazione contro il dissesto che, a fronte di una dotazione di 100 milioni di euro, avrebbe dovuto determinare sui territori investimenti per 2,4 miliardi di euro. Di quegli stanziamenti le Regioni ne hanno utilizzato solo il 19%, perché non sono stati presentati i progetti da trasformare in cantiere.

CHI CONTROLLA IL CONTROLLORE? C’è poi il nodo delle concessioni autostradali. Servirebbe procedere alla revisione dei contratti, alla luce della proposta di linea guida Anac sul monitoraggio delle amministrazioni aggiudicatrici sull’attività dell’operatore economico nei contratti di partenariato pubblico-privato. Questa operazione è indispensabile per normare la redditività finanziaria del concessionario e al contempo non infierire sulla capacità di spesa degli utenti finali.

I NO CHE FANNO LA DECRESCITA L’inaugurazione del Ponte Morandi nel 1967 era la sintesi di un Paese che sperimentava e innovava. Negli ultimi 30 anni, invece, l’Italia ha realizzato solo il 13% di nuove infrastrutture, e in prevalenza sono state le nuove arterie ferroviarie a modificare la mobilità nel nostro Paese, ridisegnando anche l’urbanizzazione tra le grandi città e i cluster di sviluppo economico lungo la direttrice Napoli-Roma-Bologna-Milano.

Oggi, invece, l’opposizione costante alle infrastrutture è diventata la cifra del Paese, come hanno testimoniato i casi eclatanti del Tap, della Tav e della stessa Gronda di Genova, mentre saremmo dovuti scendere in piazza per chiedere l’immediato completamento di un’opera strategica come il Mose.

Le infrastrutture non sono più percepite come metafora dello sviluppo, ma al contrario vengono osteggiate perché costituirebbero il presupposto della corruzione.

INVESTIMENTI E RESPONSABILITÀ La tragedia del ponte di Genova e il crollo del viadotto sulla Torino-Savona, quindi, siano il monito per superare gli ostracismi beceri e ottusi che hanno bloccato il Paese dopo Tangentopoli. Per tornare a investire nelle infrastrutture occorre, però, rafforzare i ruoli tecnici nelle pubbliche amministrazioni, che devono tornare ad avere nelle strutture tecniche allargate dei veri e propri centri di competenza capaci di fare programmazione e monitoraggio e controllo, dove possano finalmente lavorare insieme non solo ingegneri e architetti, ma tutte quelle competenze che concorrono alla realizzazione e alla comunicazione dei progetti innovativi, si pensi alle infrastrutture digitali.

Questa Idea è estratto dell’articolo di Stefano Cianciotta per Il Foglio del 26 novembre.

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