- 5 February 2026
- Posted by: Competere
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Spreco alimentare: perché tecnologia, filiera e sistema contano più del moralismoDI KEISHA HENRIQUEZ E CAROLA MACAGNO
Oggi in Italia si celebra la Giornata nazionale di prevenzione dello spreco alimentare, un momento cruciale per riflettere su quanto valore viene perso quando il cibo non arriva sulle nostre tavole e sulle opportunità concrete che abbiamo per cambiare rotta.
Lo spreco alimentare viene spesso raccontato come una questione morale. In realtà è molto di più: è uno dei principali indicatori dell’inefficienza strutturale del sistema alimentare. Un sistema che spreca cibo spreca anche risorse naturali, lavoro, capitale, energia e fiducia. E finché continueremo a trattarlo come un problema di buone intenzioni individuali, invece che come una sfida economica e industriale, continueremo a mancare l’obiettivo.
I numeri parlano chiaro. Ogni anno nel mondo vengono sprecate 1,05 miliardi di tonnellate di cibo, circa un terzo della produzione globale. In Italia lo spreco ammonta a 5,124 milioni di tonnellate, per un valore economico di 13,51 miliardi di euro, secondo i dati di Waste Watcher International. Un paradosso che diventa ancora più grave se messo in relazione con un’altra realtà strutturale: oltre 8 milioni di persone nel nostro Paese vivono in condizioni di insicurezza alimentare moderata o grave. Spreco e povertà alimentare non sono fenomeni separati, ma due facce della stessa inefficienza sistemica.
Non è un caso che la Giornata nazionale di prevenzione dello spreco alimentare, giunta alla sua tredicesima edizione, richiami l’attenzione sull’intera filiera agroalimentare. Lo spreco non nasce solo nelle cucine domestiche. È distribuito lungo tutta la catena del valore, dalla produzione primaria alla trasformazione, dalla distribuzione fino al consumo finale. Ogni fase presenta criticità specifiche e richiede strumenti diversi.
ITALIA: CRITICITÀ EVIDENTI, SOLUZIONI POSSIBILI
Secondo il Cross Country Report 2025 di Waste Watcher International, l’Italia mostra performance peggiori rispetto ad altri Paesi europei. Lo spreco settimanale medio pro capite è pari a 555,8 grammi, contro i 512,9 della Germania, i 459,9 della Francia, i 446,5 della Spagna e i 469,5 dei Paesi Bassi. Il divario rispetto all’obiettivo fissato dall’Agenda 2030, pari a 369,7 grammi settimanali pro capite entro il 2030, resta significativo.
Anche sul piano territoriale emergono criticità strutturali. Nel Nord Italia lo spreco medio settimanale è di 515,2 grammi, nel Centro scende a 490,6 grammi, mentre nel Sud sale a 628,6 grammi. Un divario che non può essere colmato con campagne generaliste, ma richiede politiche mirate e differenziate.
Guardando alla filiera, la distribuzione dello spreco è tutt’altro che omogenea. La produzione agricola concentra il 40,9% delle perdite, con oltre 2 milioni di tonnellate di cibo sprecate. La trasformazione industriale incide per il 19,9%. La distribuzione, pur rappresentando solo il 6% dei volumi, genera quasi 4 miliardi di euro di perdita economica, a causa di standard estetici, logiche di reso e inefficienze logistiche. Il consumo domestico pesa infine per il 33,2%, confermando che educazione e consapevolezza sono leve decisive, ma non sufficienti da sole.
DOVE L’EFFICIENZA DIVENTA SOLUZIONE
Ridurre lo spreco significa quindi ripensare l’efficienza del sistema nel suo complesso. In questo quadro, l’industria alimentare non è parte del problema, ma una componente essenziale della soluzione. Qualità e tecnologia non sono semplici valori aggiunti, ma strumenti concreti per proteggere il cibo, ridurre le perdite e garantire sicurezza e qualità ai consumatori. La trasformazione industriale consente una maggiore conservabilità (shelf life), una distribuzione più efficiente, una riduzione degli scarti e una maggiore affidabilità nutrizionale. Demonizzarla, come si sta facendo con i così detti cibi ultra processati (UPF) significa rinunciare a una delle leve più efficaci contro lo spreco. Non a caso, l’Italia è tra i Paesi leader in Europa per pratiche industriali di riduzione delle perdite alimentari.
Accanto all’industria alimentare, anche la zootecnia rigenerativa offre esempi concreti di riduzione dello spreco. L’utilizzo integrale delle materie prime, la valorizzazione dei sottoprodotti, l’impiego dei coprodotti dell’industria agroalimentare nell’alimentazione animale e il ricorso a tecnologie di precisione consentono di trasformare ciò che sarebbe scarto in risorsa. Un modello di economia circolare applicata, spesso assente dal dibattito pubblico, ma centrale per la sostenibilità reale del sistema agroalimentare. Anche in questo ambito, gli allevatori italiani rappresentano un’eccellenza a livello europeo.
Infine, la sfida riguarda anche il consumatore. Metterlo nelle condizioni di ridurre lo spreco è possibile, e la tecnologia può giocare un ruolo decisivo. Strumenti già disponibili, come wearable, intelligenza artificiale applicata alla nutrizione di precisione e soluzioni di domotica, dai frigoriferi intelligenti ai sistemi di gestione degli acquisti, permettono non solo di adottare stili di vita più equilibrati, ma anche di acquistare e consumare in modo più consapevole, riducendo drasticamente gli sprechi domestici.
INNOVAZIONE, NON IDEOLOGIA
La prevenzione dello spreco alimentare non può quindi essere affidata a interventi simbolici o a letture ideologiche. Ridurre le perdite significa aumentare la produttività del sistema, rafforzarne la resilienza e migliorare la sicurezza alimentare in un contesto segnato da instabilità geopolitica, pressione sui costi e vulnerabilità delle catene di approvvigionamento.
Se vogliamo davvero dimezzare lo spreco entro il 2030, come previsto dagli impegni internazionali, dobbiamo spostare il dibattito: meno retorica, più sistema; meno colpevoli, più soluzioni; meno ideologia, più innovazione. È su questo terreno che si gioca la vera sfida economica, ambientale e sociale dello spreco alimentare.
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