La crisi dei semiconduttori è stata ampiamente sottovalutata in Italia così come nel resto dell’Unione Europea. In realtà, le dinamiche della disponibilità di tutte le materie prime e il rialzo critico dei prezzi è stato poco considerato dalle cronache e dai nostri rappresentanti politici che preferiscono litigare parlando solo di Afghanistan e di rave party (un fallimento dietro l’altro). Eppure il rallentamento della produzione industriale, conseguente alla carenza di materiali di primaria importanza, potrebbe avere un impatto grave sulla ripresa dopo la pandemia. Le soluzioni dovrebbero essere prese proprio a livello comunitario, ma tutto tace nella lunga pausa estiva.

NON SOLO AUTOMOTIVE

Le evidenze maggiori della cosiddetta crisi dei semiconduttori si stanno manifestando soprattutto nel mercato automotive che nell’UE è il core business delle aziende di maggiori dimensioni. Ma non si tratta solo di produzione di veicoli e del relativo mercato di fornitura. L’enorme domanda di tecnologia, dovuta sia alle nuove modalità di produzione imposte dalla pandemia sia alla corsa alla digitalizzazione globale, è tra le cause principali della scarsità delle componenti necessarie a produrre “chip” sia che dei prodotti finiti. Analizzando i settori che utilizzano maggiormente termini i semiconduttori si trovano ai primi posti l’elettronica di consumo (come computer e smartphone) e quella industriale (IoT e Industria 4.0) nonché lo stoccaggio dei dati (data center e gestione dei server).

LA POSIZIONE DOMINANTE DELL’ASIA 

Per fornire un ulteriore quadro dell’importanza di questi materiali e di come l’Unione Europea e i suoi stati membri sono fortemente condizionati dalla loro carenza è utile osservare la geografia delle esportazioni di semiconduttori. Il valore delle esportazioni di circuiti integrati per la sola Cina equivaleva nel 2019 a circa 100 miliardi di dollari, per la Cora del Sud a 90 miliardi mentre per Taiwan si arriva a superare i 110. Europa e Stati Uniti insieme invece esportano circuiti integrati per un valore complessivo pari a circa 100 miliardi di dollari. Questo pone i paesi asiatici in un vantaggio competitivo fondamentale nella competizione tecnologica di cui questo settore, quello dei semiconduttori, è un perlaceo emblema. Se la corsa all’innovazione segue un modello in cui il vincitore prende tutto (winner takes all), per tenere il passo i grandi produttori hanno bisogno di spendere capitali elevati nella ricerca e nello sviluppo. E infatti negli ultimi due decenni gli investimenti per R&S nei semiconduttori è arrivata al 15% dei ricavi globali del settore su base annuale fino a raggiungere la stessa quota dei settori farmaceutico e delle biotecnologie. Sono poche, quindi, le aziende in grado di supportare tali costi per primeggiare in un mercato ad alta competitività.

IL MERCATO DEI SEMICONDUTTORI TRA CICLI E DIPENDENZA

L’estrema concentrazione della produzione insieme all’aumento non previsto della domanda hanno portato l’Unione Europea e i suoi singoli stati ad una forma di dipendenza sempre maggiore dai colossi asiatici. Creare capacità interna, ossia sviluppare campioni europei dei semiconduttori, non è una soluzione di breve termine. I rischi relativi agli input dal punto di vista dei materiali, la domanda volatile (c’è una crisi di domanda circa ogni 4-5 anni), la necessità di garantire elevati livelli di ricerca e sviluppo rende incerti i ritorni sugli investimenti. Le tempistiche poi fanno la differenza, in negativo per chi deve colmare il gap. Costruire una fonderia dedicata a questi prodotti necessita in media di due anni e poi almeno quattro anni per “ripagare” l’investimento iniziale, mentre la produzione di una sola tipologia di chip può richiedere anche diversi mesi. La riconversione industriale nel settore è molto più complicata che in altri settori.

UE STRETTA TRA USA E CINA

Al di là degli annunci, quindi, la politica dovrà occuparsi di questa crisi. Seguendo due modalità: di breve e di lungo termine. Nel primo caso subentra anche l’attuale rivalità USA-Cina per ottenere l’indipendenza tecnologica che include ovviamente anche la produzione massiccia di semiconduttori. Nel tentativo di limitare l’ascesa delle imprese cinesi, gli Stati Uniti hanno vietato la vendita alle aziende cinesi di prodotti in cui il know-how statunitense costituisce almeno il 25% del loro valore e messo pressioni anche sui governi alleati affinché mettano in atto i propri divieti di esportazione (si veda il caso 5G in Uk e UE). Queste restrizioni sono costose per tutte le aziende colpite che finiscono per essere estromesse dal principale mercato dei semiconduttori, la Cina (incluse Hong-Kong e Taiwan), che rappresenta circa la metà delle vendite globali di chip. Se le pressioni statunitensi dovessero aumentare, le conseguenze per i paesi europei – costretti a scegliere con quale parte stare – potrebbero essere di gran lunga peggiori delle previsioni.

QUALI SOLUZIONI PER IL BREVE E LUNGO TERMINE

L’UE, e quindi anche l’Italia, si trova così stretta in una morsa geopolitica che ne condiziona ulteriormente le capacità economiche e tecnologiche. In poche parole ne condiziona la crescita per i prossimi decenni. Dal momento che creare campioni europei dei semiconduttori potrebbe richiedere diversi anni è necessario procedere seguendo due vie. Nel breve periodo rimane di fondamentale importanza assicurarsi un flusso significativo di semiconduttori per evitare sofferenze nei comparti industriali più dipendenti da questi beni. Come? Diversificando inizialmente gli approvvigionamenti dagli USA. Se le politiche di reshoring includeranno come previsto anche i semiconduttori, sarà possibile rivolgersi a differenti produttori statunitensi per le importazioni evitando una mono-dipendenza dai paesi asiatici. Non è una politica risolutiva, sia chiaro, ma è fondamentale per limitare i danni nel periodo più delicato dopo la crisi economica del 2020. In secondo luogo, l’industria UE potrebbe essere incentivata a investire maggiormente in alcune fasi fondamentali della produzione di chip come la progettazione (non la produzione finale) e la creazione di software che sono in linea con il know-how di alcune aziende UE e con la strategia dell’attuale Commissione. In tale modo è possibile alleggerire la posizione europea in fase di negoziazione, avendo un vantaggio tecnologico su una parte della catena del valore da offrire ai produttori finali (USA e paesi asiatici). Per il lungo termine, è inevitabile pensare a creare campioni europei dei semiconduttori e costruire una indipendenza tecnologica interna al Vecchio Continente. È una fase lunga e che deve essere ben progettata sotto vari punti di vista. Alcune aziende specializzate (tra cui STM) già esistono e potrebbero essere quella base di partenza funzionale alla produzione di componenti adatte alle caratteristiche qualitative dell’industria europea. Come farlo? Investendo nelle competenze necessarie, nella ricerca e nello sviluppo, cambiando le regole sugli aiuti di Stato che oggi bloccherebbero un tale processo.

La credibilità è la nostra forza. La nostra visione al vostro servizio.

Pietro Paganini
Presidente, Competere
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