Agricoltura, la delusione della Pac: gli standard rigidi e le frustrazioni delle filiere produttiveDI ANTONIO PICASSO

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Articolo pubblicato su Il Riformista

La Politica agricola comune non funziona, le concessioni dimostrano che a Bruxelles il sentimento pro ambiente è orientato a soddisfare un bacino elettorale

Insufficiente. È questo il giudizio che accomuna agricoltori e ambientalisti, un po’ di tutta Europa, sulle revisioni della Politica agricola comune (Pac), proposte dalla Commissione Ue e approvate dal Comitato speciale per l’agricoltura del Consiglio europeo, lo scorso 26 marzo. Le concessioni hanno dimostrato che a Bruxelles il sentimento pro ambiente, espresso con il Green Deal, è tutt’altro che sincero, bensì strumentale e orientato a soddisfare un bacino elettorale piuttosto che un altro.

LE CORRENTI ESTREMISTE

Se prima, infatti, era il mondo ambientalista a occupare un posto privilegiato nel cuore della Commissione, oggi sono gli agricoltori a riceve un’attenzione uguale e contraria. Non è certo la loro capacità di bloccare il quartiere europeo, con i loro trattori, quanto il rischio che vadano ad alimentare il consenso delle correnti più anti-Ue, anti-establishment ed estremiste che, tra Francia, Germania e Polonia – Italia solo in parte – si prevede usciranno irrobustite dal voto di giugno.

Al netto della strumentalizzazione politica però, perché la Pac non va bene? Perché, nonostante il nome non è una vera politica industriale, in grado di trasformare il settore agricolo e renderlo davvero competitivo.

LA TENUTA SUL MERCATO

Al netto che l’agricoltura è la prima voce del bilancio Ue, le concessioni approvate riguardano una maggiore flessibilità amministrativa, la creazione di un “osservatorio dei prezzi” e la proroga all’obbligo di lasciare incolta una parte dei terreni coltivati al fine di rigenerare la ricchezza del suolo. Le aziende agricole, soprattutto quelle più piccole, lamentavano da mesi che il combinato disposto di burocrazia, speculazioni finanziarie (legata anche alla guerra russo-ucraina) e policy green fossero uno scoglio invalicabile per la loro tenuta sul mercato.

L’obiezione è vera. L’approccio ideologico adottato dal Green Deal ha generato frustrazioni e risentimenti in seno alla maggior parte delle filiere produttive europee. Legate non solo a questioni domestiche, ma anche – per esempio – all’importazione di materie prime da mercati extra Ue. Le norme come l’Eudr, di contrasto ai prodotti legati alla deforestazione (dal cacao all’olio di palma, passando per legname e caffè), oppure come il Cbam, che blocca alla frontiera commodity industriali quali acciaio e alluminio non tengono conto, spesso, delle pratiche di sostenibilità in essere e che, quindi, il legislatore sta irrigidendo standard già rigorosi di per sé stessi.D’altra parte, è lecito supporre che le forze produttive avrebbero potuto anticipare le politiche Ue.

IL PROBLEMA DI FRAMMENTAZIONE

Dell’urgenza del climate change si parla da decenni. Un’azione preventiva, fatta di investimenti e conversioni produttive, nata in pancia alle aziende, avrebbe avuto il duplice risultato di evitare la dialettica ideologica in corso, con i conseguenti lanci di palla eccessivamente in avanti da parte delle istituzioni. Purtroppo, in questo caso, la miopia non è solo un difetto di vista, ma strutturale del mondo agricolo. C’è un problema di frammentazione e sottodimensionalità che ha impedito la nascita dal basso di strategie e vision. Le stesse proteste nascono da motivi differenti. Gli agricoltori francesi contestano l’import sotto-costo di generi alimentare da mercati extra-Ue. I tedeschi sono contrari allo stop dei sussidi per i carburanti. I polacchi, a loro volta, risentono dell’ingresso di grano ucraino e russo, che per la cronaca continua ad arrivare a casa nostra.

LE FAKE NEWS SULL’AGRICOLTURA

Si pensi poi alle dimensioni di queste aziende. L’agricoltura italiana, per esempio, è fatta per lo più da aziende individuali o familiari, impegnate su appezzamenti medi da 11 ettari circa. Altrettanto ridotti sono gli allevamenti. Sono 45 i capi di bovini mediamente presenti nelle stalle italiane. Questo, da un lato, confuta le fake news sull’agricoltura intensiva, dall’altro però, solleva molte perplessità. Com’è possibile per loro l’accesso al credito? E così investire e crescere? Come si fa a essere competitivi, rispetto all’agricoltura asiatica o Usa? E a garantire la sicurezza alimentare del continente? Domande che Bruxelles tende a non porsi.

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Image credits: courtesy of Il Riformista >>>

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