Ecco a voi la «Britaly»L'IDEA DI LUCA BELLARDINI

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L’ormai celebre copertina dell’Economist parlava di «Britaly», intesa come una “italianizzazione” della politica britannica. Al di là degli stereotipi abbastanza stucchevoli, è innegabile che dopo il referendum sull’Unione europea il sistema istituzionale di quel Paese abbia subíto uno scossone dopo l’altro, finendo per dare agli osservatori internazionali uno spettacolo non molto edificante. Il premierato di Liz Truss stabilirà un record negativo di durata. Eppure, al di là di tutto, il momento della storia britannica è davvero così difficile?

E ALLORA LA GLOBAL BRITAIN?

Se «Britaly» è un concetto su cui vale la pena interrogarsi, è anche all’Italia che bisogna guardare. Innanzitutto, lasciamo da parte la componente “sistematica” delle turbolenze: è comune all’intero Occidente lo shock inflattivo determinato dall’espansività delle banche centrali nell’offerta di moneta, esacerbato dall’ulteriore aumento delle quotazioni energetiche — per effetto dell’invasione russa dell’Ucraina — su quello della domanda. Il rialzo dei tassi è un farmaco necessario, ma un’inversione di tendenza nella dinamica dei prezzi non è all’orizzonte. Le tensioni geopolitiche sono note. Altrettanto evidente è la marcata perdita di valore, negli ultimi mesi, tanto della sterlina quanto dell’euro. 

Il Regno Unito vorrebbe pensare alla «Global Britain», per la sua antica vocazione cosmopolita (ne avevamo parlato qui); ma il repentino avvicendarsi tanto del sovrano quanto del capo del governo, con in mezzo una piccola tempesta finanziaria, impone senza dubbio una riflessione. Forse è meglio che Londra pensi a sé stessa prima che al mondo?

LA PROSPETTIVA DELL’ITALIA  

La risposta può essere cercata nella Penisola, dove il governo Meloni si presenta con un impianto programmatico e un’ispirazione ideale non lontani da quelli dei Tory che sono a Downing Street dal 2010. Nel recente passato c’erano ancora la diffidenza verso le istituzioni comunitarie, le severe critiche a un assetto istituzionale in cui le differenze tra Stati membri risultavano schiacciate anziché valorizzate, la denuncia di un’Europa concentrata a iper-regolare le minuzie ma poco attenta alle grandi questioni strategiche.

In ogni caso, l’attuale primo partito italiano non ha mai lontanamente proposto l’uscita dall’UE. Oggi le sue tesi euroscettiche coesistono — senza alcuna contraddizione — col pieno riconoscimento di quanto sia importante avere un Paese ben inserito nell’Unione, magari protagonista di un nuovo corso. A ben guardare, le sue politiche richiamano il cosiddetto «One Nation conservatism», distinto (almeno nella prassi) dalla visione thatcheriana, ripresa però in materia di rapporti con l’Europa. In politica estera, poi, sia Meloni sia Johnson e Truss si sono sempre spesi per una dura opposizione all’espansionismo delle autocrazie, con una convinta difesa degli aggrediti.

IL PATRIOTTISMO PUÒ (DEVE!) ESSERE APERTO 

In questo senso, nessuno dei due Paesi dovrebbe chiudersi al mondo. I problemi dell’Italia e del Regno Unito sono cospicui, ma la soluzione non va cercata nell’isolazionismo. Peraltro, è verosimile che la legge di bilancio di imminente predisposizione faccia grande affidamento non solo sui fondi del PNRR ma anche sugli spazi di manovra offerti dalle politiche di coesione, soprattutto in ámbito energetico. Dal canto suo, Londra non riceve più i flussi europei (che, pur meno ingenti rispetto all’Italia, non erano affatto trascurabili); può ancora contare, tuttavia, su una centralità nel sistema finanziario mondiale che è un asset imperituro. Nel nuovo governo di Roma, il rilievo attribuito al Made in Italy — con le deleghe del vecchio «commercio con l’estero» — fornisce un’indicazione favorevole; altrettanto encomiabile è l’idea di un ministero che affronti nello specifico i problemi del Mezzogiorno e lo sviluppo delle potenzialità marittime del Paese. 

In sintesi, le scelte politiche della «Britaly» mandano un messaggio chiaro: lasciateci essere aperti e competitivi, in un mondo più sicuro, senza pastoie burocratiche provenienti dall’esterno. Anche nell’età della «deglobalizzazione», l’intelligenza dei governanti può scongiurare che le istanze nazionali erigano barriere insormontabili. D’altronde, a pronunciare il celebre monologo patriottico — diciamo pure sciovinista — nel «Riccardo II» di Shakespeare («… questa trama incantata, questa terra, questo regno, quest’Inghilterra!») è Giovanni di Gand, nato nelle Fiandre quando i reali d’Inghilterra — lui britannico, lei francese — erano in viaggio d’affari nel cuore pulsante dell’Europa. A poche miglia da Bruxelles.

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