Il libero commercio favorisce la competitivitàL'IDEA DI PIETRO PAGANINI

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Il recente incontro dei leader europei sulla competitività ad Alden Biesen (Belgio) ha chiarito un punto: l’Europa non può più permettersi l’immobilismo. La perdita di produttività, la frammentazione del mercato interno e l’incapacità di trasformare le ambizioni in decisioni concrete rischiano di relegare l’Unione ai margini di un’economia globale sempre più competitiva.

Apertura e reciprocità: il vero equilibrio della competitività

L’intervento di Mario Draghi ha suonato come un campanello d’allarme. Senza scala, senza investimenti e senza accesso ai mercati globali, l’Europa non potrà rafforzare né la propria crescita né la propria autonomia strategica. Competitività e apertura non sono concetti alternativi: sono due facce della stessa medaglia.

È una linea che trova eco anche nelle parole della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che ha ribadito come l’Italia e l’Europa restino aperte al libero scambio, a condizione che vi sia reciprocità. Un principio legittimo e condivisibile, se inteso in modo chiaro, misurabile e coerente con l’interesse economico e strategico europeo. Il rischio, tuttavia, è che il richiamo alla reciprocità venga utilizzato come argomento generico per giustificare rinvii e blocchi che finiscono per limitare la concorrenza, rallentare la crescita e indebolire le filiere industriali europee. La reciprocità non può trasformarsi in un principio astratto o in un nuovo strumento di veto politico.

Accordi che aprono mercati

È proprio alla luce di questo principio che il caso Mercosur assume un valore emblematico. Il confronto con altri dossier commerciali è istruttivo. L’Unione europea ha recentemente compiuto passi avanti significativi sull’accordo di libero scambio con l’India, uno dei mercati a più alto potenziale di crescita nei prossimi decenni. Allo stesso tempo, sono ripresi i negoziati con l’Australia per un accordo commerciale ampio, volto a rafforzare l’integrazione delle catene del valore e l’accesso ai mercati.

A questi si aggiunge il percorso, ormai vicino al traguardo, dell’accordo di partenariato economico globale UE–Indonesia (IEU-CEPA), strategico per l’accesso a materie prime come il nichel o l’olio di palma, filiere industriali e mercati del Sud-Est asiatico. In tutti questi casi, il commercio viene riconosciuto come leva di competitività, crescita e autonomia strategica, non come una minaccia da contenere.

Mercosur, lo stallo che pesa

Il caso Mercosur, invece, racconta una storia diversa. Dopo oltre vent’anni di negoziati, l’accordo con Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay è stato rinviato, formalmente per ragioni procedurali. Sostanzialmente, però, il Mercosur è diventato il terreno su cui si esercitano veti politici e interessi di rendita. Non una questione di standard o di tutele, che l’accordo già prevede, ma una scelta di blocco che congela concorrenza, crescita e integrazione industriale.

Autonomia strategica e contraddizioni europee

Il paradosso è evidente: mentre l’Europa discute di autonomia strategica, energia e materie prime critiche, fatica a utilizzare uno degli strumenti più efficaci per ridurre le dipendenze e rafforzare le proprie filiere, cioè gli accordi commerciali regolati. Nel frattempo, altre potenze, dalla Cina agli Stati Uniti, avanzano con strategie commerciali e industriali sempre più aggressive.

Il messaggio che emerge dal dibattito europeo è chiaro: se l’Europa vuole davvero rafforzare la propria competitività, deve allineare le parole alle scelte. Apertura e reciprocità non sono alternative. Ma senza decisioni concrete, il rischio è che la reciprocità diventi il nome elegante dell’immobilismo. E l’immobilismo, oggi, è il costo più alto che l’Europa possa permettersi.

Il commento di Pietro Paganini è stato pubblicato su HuffPost Italia>>>

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