La proprietà intellettuale sia leva della nostra competitivitàL'IDEA DI GIUSEPPE ARLEO

 Tra le tante zavorre che impediscono all’economia italiana di tornare a essere competitiva, c’è l’assenza di sensibilità, da parte dell’intero Paese, a difendere la nostra proprietà intellettuale. A dirlo è l’Indice Ipri (International Property Rights Index), pubblicato ogni anno dalla Property Rights Alliance.

Nella classifica 2022, l’Italia figura in 46 esima posizione, perdendo due lunghezze rispetto allo scorso anno. Con una preoccupante flessione del 7,22% rispetto al 2021, registriamo un punteggio totale di 5,66. Siamo sotto di oltre un punto rispetto alla media Ue (6,42), dopo Costa Rica e Slovacchia e appena una posizione sopra la Cina.

CHI PROTEGGE IL MADE IN ITALY?

Difendere i diritti di proprietà non è poca cosa, specie nell’attuale società della conoscenza e dell’innovazione tecnologica di cui facciamo parte e ancor più per un Paese, come l’Italia, che ha un’alta considerazione del proprio genio. Senza tutele, il Made in Italy è esposto contraffazioni e copiature. Serve però una cultura d’impresa, fatta di una governance sensibile all’argomento e investimenti, da parte delle forze produttive, non solo a promuovere l’innovazione tecnologica, ma a proteggerla come valore aggiunto della nostra economia.

Le idee e i progetti che nascono nelle fabbriche, spesso in partnership con atenei e centri di ricerca e lì implementati in termini di processo e di prodotto, andrebbero custoditi e promossi sul mercato con lo stesso orgoglio nazionale con cui si difendono le grandi opere della nostra cultura. Immaginiamo infatti cosa accadrebbe se scoprissimo che il nuovo inno nazionale della Bolivia – esempio a caso – seguisse paro paro gli accordi del Va’ pensiero di Verdi. Si avrebbe una levata di scudi, dal sapore sovranista contro chi ci copia all’estero, che noi siamo i migliori e che nessuno si permetta di farlo mai più.

A RISCHIO INNOVAZIONE E COMPETITIVITÀ

Magari fosse lo stesso per quel che di buono nasce dall’industria italiana! La difesa della proprietà intellettuale è la chiave di volta se si vuole emergere come sistema economico innovativo e competitivo. L’Italia è ben posizionata nella produzione di brevetti, ma manca ancora la cultura della loro registrazione. L’identità delle sue aziende, spesso sottodimensionate non aiuta. Il mantra “piccolo è bello” è passato di moda anche per questo discorso. Chi scrive ricorda l’amarezza con cui un imprenditore meccatronico lombardo osservava il logo della sua azienda, una C arancione in campo nero, scopiazzato da uno spregiudicato competitor asiatico: una C nera in campo arancione. L’ingegnere sorrideva bonario e disincantato al pensiero che poco avrebbe potuto fare con le proprie forze per bloccare quel gesto di concorrenza sleale che veniva da lontano. 

Certo, ci sono le norme. Ma le spese legali per un contrattacco efficace non sono poche. Le grandi aziende hanno i muscoli per difendersi. Ma alle Pmi servono cultura manageriale di prevenzione e un sistema nazionale di intervento rapido. Associazioni di categoria e ambasciate dovrebbero fare da supporto strategico per controllare e, nell’eventualità, punire.

MILANO: SEDE DEL TRIBUNALE UE DEI BREVETTI?

Grazie al Pnrr i finanziamenti per la valorizzazione dei brevetti di università, enti pubblici di ricerca e Irccs (Proof of Concept) e le agevolazioni fiscali per i redditi d’impresa (Patent Box) sono ingenti. Ma sappiamo che i soldi non fanno la felicità. Detta meglio: il denaro non basta per realizzare un progetto. La candidatura di Milano come sede del Tribunale Ue dei brevetti è un’ottima chance perché l’Italia acquisisca quella sensibilità che ancora ci manca in fatto di proprietà intellettuale, e così tornare in vetta all’Indice Ipri. Peccato che il tema – possiamo definirlo sovranismo buono? – sia sfuggito in campagna elettorale.

>> Leggi Diritti di proprietà: profondo rosso per l’Italia <<

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