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La Cop26 si è dimostrata un’edizione memorabile, anche per l’assenza di grandi nomi dai tavoli di discussione: l’agricoltura e la nutrizione, da sole responsabili di un terzo delle emissioni globali, ne sono rimaste fuori. Le grandi città del mondo si impegnano a trasformare i sistemi alimentari globali, ma senza un’azione sinergetica inter-nazionale non si va da nessuna parte.

GRANDI ASSENTI

Il ventiseiesimo capitolo della Cop si avvia ormai alla chiusura. Un’edizione memorabile, tanto per la presenza di migliaia di manifestanti nelle strade di Glasgow, quanto per l’assenza di grandi nomi dai tavoli di discussione. La decisione del presidente cinese Xi Jinping di non presenziare ha causato non poche controversie, ma è la mancanza di discussione su temi fondamentali per la lotta al cambiamento climatica a dover preoccupare: l’agricoltura e la nutrizione sostenibili non hanno figurato né nel calendario della conferenza, né nelle dichiarazioni di leader politici o della società civile.

PERCHÉ É IMPORTANTE

Una mancanza non da poco: l’Intergovernmental Panel on Climate Change, principale autorità scientifica per quanto riguarda il cambiamento climatico, stima che i sistemi alimentari producono circa il 30% delle emissioni globali totali. Produzione, distribuzione e conservazione del cibo, soprattutto di origine animale, rilasciano nell’atmosfera grandi quantità di metano, un gas oltre 80 volte più capace del CO2 di intrappolare calore e aggravare l’effetto serra. E il danno è reciproco: per ogni rialzo di un grado nella temperatura media globale, si stimano perdite fra il 3 e il 7% nel raccolto di grano, riso, granoturco e soia, alcuni degli alimenti base più coltivati e consumati sulla Terra.

L’IMPEGNO DELLE CITTÀ 

Nonostante l’esclusione dal programma ufficiale, la sfida della nutrizione sostenibile è stata raccolta in canali laterali. Ventisei nazioni, sulle 197 rappresentate alla Cop, hanno sottoscritto un impegno a de-carbonizzare le rispettive politiche agricole. Peccato però che tra i firmatari figurino principalmente Paesi del sud del mondo e solo due dei maggiori responsabili di emissioni di gas serra di fonte agricola, cioè India e Regno Unito. Mancano all’appello Usa, Ue, Indonesia, Brasile e, ovviamente, Cina. Gli enti subnazionali invece, sulla scia del premio recentemente assegnato a Milano per le sue food policy, hanno nuovamente dimostrato di avere una marcia in più in ambito alimentare: 84 tra città e regioni di tutto il mondo hanno firmato la Dichiarazione di Glasgow sul cibo e il clima, impegnandosi nell’innovazione agricola come strumento di lotta al cambiamento climatico.

SOLUZIONI INTERNAZIONALI PER SFIDE GLOBALI 

La stessa Dichiarazione riconosce che un cambiamento sistematico delle politiche agricole richiede un’azione integrata e multilaterale, come lo sono i sistemi alimentari stessi. Per quanto le città possano essere esempi virtuosi e innovativi, i governi nazionali rimangono i perni decisionali dell’ordine interazionale. Le politiche agricole sono poi tra gli ambiti di policy dove la sinergia è più rilevante, come dimostra la Politica Agricola Comune dell’Unione Europea o l’alto livello di regolamentazione da parte del governo federale negli Stati Uniti. Lasciare quindi che imprenditori agricoli, singole metropoli, o gruppi ristretti di nazioni si facciano carico della trasformazione di sistemi alimentari internazionali e interconnessi non potrà mai portare al raggiungimento dei target globali di Parigi e degli Sdg. A poco più di tre anni dalla fine della Decade of Action on Nutrition (2016-2025) indetta dall’Onu, è ora che la nutrizione sostenibile acquisti priorità nell’agenda nazionale e internazionale della transizione ecologica.

La credibilità è la nostra forza. La nostra visione al vostro servizio.

Pietro Paganini
Presidente, Competere
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