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La filiera dell’olio di palma certificato come sostenibile, così come altre filiere produttive, è un alleato nella lotta contro la deforestazione, la tutela della biodiversità e la riduzione delle emissioni: basta rimuovere i paraocchi degli slogan e dei semplicismi e abbandonare una visione da gioco a somma zero della sostenibilità per cogliere le opportunità presentate dalle certificazioni sostenibili

COME FAI, SBAGLI…?

L’olio di palma è tra gli oli e i grassi vegetali il più utilizzato al mondo, soprattutto in Africa e nel Sud-Est Asiatico dove, secondo uno studio dell’Oil Palm Task Force dell’International Union for Conservation of Nature (Iucn), oltre il 70% delle famiglie dichiara di averlo consumato negli ultimi tre mesi. Per miliardi di consumatori rappresenta la fonte primaria di grassi saturi, di cui l’Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda un consumo, benché limitato, pari al 10% dell’apporto calorico giornaliero. La sua domanda è inoltre in continua crescita e potrebbe arrivare a oltre 300 milioni tonnellate nel 2050 (oggi siamo a poco più di 70 m/t). Qualsiasi tentativo di fermare una tendenza del genere e di cambiare le preferenze dei consumatori di mezzo mondo, tutto per dare una parvenza di ecologismo tramite le campagne “palm oil free”, si macchia di una visione miope dello sviluppo sostenibile.

Escludere l’olio di palma vorrebbe dire rivolgersi ad altri oli per sopperire alla domanda, le cui coltivazioni sono però fino a dieci volte meno produttive, a parità di estensione, delle coltivazioni di palma. Significherebbe, quindi, dover aumentare le superfici totali dedicate alla produzione di oli, causando maggiore deforestazione e un aumento delle emissioni. Stesso discorso vale per l’agricoltura biologica di moda in Europa. Sembrerebbe una via senza uscita: coltiviamo tradizionalmente e deforestiamo, coltiviamo altri oli o in altri modi e deforestiamo comunque e di più, senza mai avvicinarci all’obiettivo zero deforestation.

FILIERE SOSTENIBILI

Eppure la soluzione è più semplice di quanto si pensi ed è la certificazione di sostenibilità dei prodotti ad alto impatto ambientale. Quello che invece non è semplice è rendere sostenibile la maggior parte, se non tutte, le filiere agricole mondiali. Ma, tornando all’esempio dell’olio di palma, l’efficacia delle certificazioni nelle sue filiere è evidente: dal 2019 a oggi, i membri della Roundtable on Sustainable Palm Oil, che conferisce attestati di sostenibilità, hanno risparmiato oltre 190mila tonnellate di CO2, pari alle emissioni di circa 41mila veicoli passeggeri. Anche per quanto riguarda il secondo peccato capitale delle piantagioni tradizionali – la violazione dei diritti dei lavoratori – esiste ampio margine di manovra prima del rigetto totale dell’olio. Come testimoniato da agricoltori colombiani e indonesiani nell’ultimo convegno di Competere, la coltivazione sostenibile (socialmente parlando) produce grandi esternalità positive sulla comunità che ci lavora, da contratti di lavoro regolari a una maggiore scolarizzazione dei bambini.

L’Europa, nell’ambito della New EU Forest Strategy, si sta muovendo verso questa direzione, proponendo a novembre scorso un nuovo sistema di certificazione dei prodotti importati che attesti una gestione forestale responsabile, rafforzando la legalità e tracciabilità dei prodotti che approdano nel mercato comunitario. La complicazione delle regole di commercio e l’aumento dei prezzi che ne conseguirebbero potrebbero però scoraggiare la produzione sostenibile tra i milioni di piccoli agricoltori nel mondo, responsabili, nel caso dell’olio di palma, di quasi la metà della produzione agricola mondiale. Guardando all’estremità opposta della filiera, anche chi importa e utilizza solo olio sostenibile potrebbe essere riluttante a esporne il marchio di certificazione laddove l’olio di palma è diventato oggetto di battaglie ideologiche, per evitare di attirare l’attenzione del consumatore sull’uso di questo ingrediente.

UNA SINTESI È POSSIBILE

Una sintesi tra sostenibilità e sviluppo è possibile, ma non attuabile finché non saremo pronti a rimuovere i paraocchi degli slogan e dei semplicismi e ad abbandonare una visione da gioco a somma zero. Sia nell’affrontare il tema della sostenibilità che nel creare maggiore dialogo e flessibilità nella definizione delle regole di scambio e commercio internazionale per evitare che diventino esclusorie o controproducenti. Alcune filiere produttive, se rinnovate in senso sostenibile e guidate dalla ricerca scientifica, possono favorire una riconciliazione più facilmente di altre: queste sono le opportunità da cogliere per arrivare preparati all’appuntamento del 2050.

La credibilità è la nostra forza. La nostra visione al vostro servizio.

Pietro Paganini
Presidente, Competere
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